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UN COMPITO URGENTE PDF Stampa E-mail

Sono cosciente che a questo punto del nostro discorso qualcuno potrebbe obiettare, valutando le precedenti affermazioni in chiave moralista o clericale: ma non ci si accorge che parlando così si confondono pericolosamente la Morale e il Diritto? Non ci si accorge che il precetto morale si appella alla coscienza, mentre la norma giuridica riguarda invece i rapporti esterni, la condotta sociale dell’uomo? Non ci si accorge che in tutto questo ragionamento, oltre a detta commistione concettuale, traspare una certa nostalgia della cristianità medievale e del sistema politico giuridico dello Stato confessionale o teocratico, come propugnato sette secoli fa anche nella bolla Unam Sanctam di Bonifacio VIII?


Facciamo notare subito, a scanso di equivoci, un fatto solitamente tralasciato dai sostenitori dell’agnosticismo e del relativismo morale nel Diritto dello Stato aconfessionale: ad opporsi alla legislazione permissiva dell’aborto, alle leggi che liberalizzano la droga, che facilitano il dilagare della pornografia, che indeboliscono la famiglia come istituzione naturale, che permettono l’eutanasia, la manipolazione eugenetica dei geni e degli embrioni ed altri attentati contro la dignità dell’essere umano, non è soltanto il magistero della Chiesa Cattolica, ma lo sono anche le dichiarazioni più o meno formali di altre confessioni cristiane e di altre religioni (dall’Islam all’Ebraismo e non solo queste). Anzi vi si oppongono anche, apertamente oppure con timidezza per il timore di essere subito etichettati come di destra, non pochi rappresentanti di quella parte del mondo intellettuale che si dichiara religiosamente indifferente, ma culturalmente umanista. Agiscono così perché sanno benissimo che a opporsi a tali leggi amorali non è soltanto la ragione illuminata dalla fede, ma prima ancora quella che già i classici chiamavano la retta ragione, espressione del senso morale originale, capace di distinguere il bene del male, la verità dell’errore.
Dicano quel che dicano coloro che la negano, è pure un fatto che la legge naturale — scolpita da Dio nel cuore degli uomini — è rimasta nei suoi principi sostanzialmente inalterata attraverso la storia, anzi è stata un fattore decisivo nello sviluppo civile dei popoli e delle culture. Questa legge — a cui ci si è appellati nei processi  contro i crimini nazisti e contro i crimini nell’ex-Iugoslavia — non è stata inventata dal Cristianesimo né da nessun’altra religione. La Chiesa Cattolica si limita a ricordare che « nei suoi precetti principali essa è stata esposta nel Decalogo » e che costuisce « il fondamento necessario alla legge civile, la quale ad essa si riallaccia sia con una riflessione che trae le conseguenze dai principi della legge naturale, sia con aggiunte di natura positiva e giuridica ».
Comunque, non sembra consistente l’eventuale obiezione di commistione concettuale tra Morale e Diritto. Infatti, è vero che la Morale e il Diritto sono due scienze diverse, che riguardano l’uomo da prospettive e con finalità differenti. La Morale si occupa primariamente del perfezionamento della persona umana: riguarda cioè l’insieme delle esigenze emananti dalla struttura ontologica dell’uomo, in quanto essere creato e dotato di una particolare natura, dignità e finalità. Il Diritto, invece, si occupa primariamente dell’ordine sociale: riguarda cioè l’insieme di strutture che ordinano la comunità civile,la società. Ma se il fatto più rilevante e positivo del progresso della scienza del Diritto dopo le catastrofi socio-politiche del secolo XX è stato proprio quello di mettere al centro della realtà giuridica il suo vero protagonista, la persona, fondamento e fine della società, è ovvio che il Diritto di una sana democrazia deve tenere conto di quale sia la struttura ontologica della persona umana: la sua natura di essere non soltanto animale e istintivo ma intelligente, libero e con una dimensione trascendente e religiosa dello spirito che non può essere ignorata, né mortificata. Altrimenti il Diritto — anche se lo si volesse chiamare progressista — sarebbe antinaturale, essenzialmente immorale, strumento di un ordinamento sociale totalitario, nonostante lo si voglia chiamare democratico. Qui non c’è spazio — in pura onestà scientifica — per il relativismo etico (negare cioè l’esistenza di una verità oggettiva, metafisica ma anche biologica sull’uomo), come non c’è spazio (se si vuole evitare l’abbrutimento della società) per difendere la legittimità di un Diritto positivo divorziato dalla Morale.
Noi, cittadini del Terzo Millennio, ci domandiamo oggi qui, nella patria di Bonifacio VIII, il grande e sofferto Pontefice della riconciliazione e della pace: che cosa fare per evitare questo suicidio giuridico — concetto simile a quello dell’aborto legale — della democrazia? È ovvio che questa domanda riguarda non soltanto i politici o i giudici, ma anche i sociologi, gli antropologi, i filosofi del diritto, anzi tutte quelle intelligenze libere e oneste che guardano non senza inquietudine il futuro dell’umanità.
Penso che la risposta non può essere che questa: bisogna recuperare l’autentico concetto di libertà personale, che non può essere separato dalla verità oggettiva (non soggettiva e relativistica) sulla persona umana; bisogna riallacciare la giustizia alla verità: alla verità sull’uomo e sulla donna; alla verità sull’inizio ed il valore della vita umana; alla verità sull’unico e possibile concetto di tolleranza e di ordine; alla verità infine sullo stesso concetto di legge, che deve sempre tutelare il bene comune della società e non “presunti diritti” personali o di gruppo di “carattere arbitrario o voluttuario”. In una parola, alla verità sulla indisponibile dignità della persona umana e sui diritti fondamentali e istituzioni naturali che da questa dignità scaturiscono, che sono preesistenti al concetto stesso di democrazia e precedono la logica di qualsiasi ordinamento giuridico positivo e di qualsiasi potere politico costituito.

Illustrissimi e cari amici: riflettendo su tutto ciò, mi permetterei di dire che l’interesse di questo Premio che benevolmente mi avete voluto conferire, come pure dell’intera attività della vostra benemerita Accademia Bonifaciana, non è soltanto di ordine sociologico e culturale — e questo è già molto! —, ma ha anche una particolare dimensione spirituale. Anzi, per noi cristiani, offre una grande possibilità di incisività intellettuale e dottrinale nella nuova Evangelizzazione di cui il mondo — più ancora di sette secoli fa — ha tanto bisogno.
Perciò, non posso che concludere ringraziandovi nuovamente e chiedendo al Signore che benedica generosamente il vostro prezioso impegno culturale e il vostro lavoro.

Anagni, 25 ottobre 2009

Card. Julián Herranz

 

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