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Alla radice della crisi PDF Stampa E-mail

Non c’è alcun dubbio che il fenomeno più positivo della moderna scienza giuridica e delle legislazioni democratiche — specie nelle Costituzioni elaborate dopo i regimi totalitari del secolo scorso — è stato lo sviluppo dottrinale e normativo sui diritti fondamentali dell’uomo, ciò che ha contribuito a mettere al centro della realtà giuridica il suo vero protagonista, che non è lo Stato ma la persona umana, con la sua inalienabile dignità e libertà.

 

Questo progresso normativo — evidenziato nella “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo” del 1947 — ha rappresentato un notevole progresso giuridico, che peraltro si riallaccia alla grande tradizione del Diritto classico.
È un fatto paradossale però che, dalla seconda metà del secolo scorso, stia prevalendo nelle leggi ordinarie di non pochi ordinamenti civili il principio giuridico-positivo, frutto del relativismo morale, secondo cui in una società democratica la razionalità delle leggi dipenderebbe soltanto ed unicamente da quello che la maggioranza dei voti decida che venga stabilito, permesso o proibito. Siamo così di fronte a quella che è stata giustamente chiamata una deriva “totalitaria” della Democrazia. Sono sistemi democratici in cui –come ai tempi dell’assolutismo monarchico- si  pretende di attribuire al Legislatore, cioè al “Popolo sovrano” rappresentato nei parlamenti, un potere illimitato, assoluto: una potestà capace sia di limitare i diritti  innati ed inalienabili enunciati nella citata “Dichiarazione” dell’ONU, sia di inventarsi  i cosiddetti “nuovi diritti”, propugnati da confuse ideologie libertarie. Si tratta di ideologie e di presunti diritti contrari al bene comune della società, che le leggi devono sempre tutelare, e — come nel caso della “ideologia del genere” che propugna una assoluta uguaglianza tra l’uomo e la donna — di teorie che negano la normale e differenziata realtà biologica e caratteriale della persona-uomo e della persona-donna, nonché il grande valore sociale ed educativo del matrimonio e della famiglia come istituzioni naturali.
A ragione, parlando al mondo accademico di una nazione appena uscita dalla dittatura comunista, avvertiva Giovanni Paolo II che «Il rischio dei regimi democratici è di risolversi in un sistema di regole non sufficientemente radicate in quei valori irrinunciabili, perché fondati sull’essenza dell’uomo, che debbono essere alla base di ogni convivenza, e che nessuna maggioranza può rinnegare senza provocare funeste conseguenze per l’uomo e per la società (...). Totalitarismi di opposto segno e democrazie malate hanno sconvolto la storia del nostro secolo». Purtroppo è un fatto che in ambedue i casi — totalitarismi del passato e democrazie ammalate del presente — la razionalità delle leggi non è stata più vincolata alla corrispondenza della norma con la natura umana, con la verità oggettiva sulla dignità dell’uomo, con i valori morali oggettivi e permanenti che invece il Diritto dovrebbe difendere e tutelare, per poter ordinare rettamente i comportamenti sociali, proteggere istituzioni basilari  ed evitare il progressivo sviluppo di una società selvaggia.
Ma, illustri e cari amici, non possiamo avere una visione negativa o pessimista del futuro. È necessario reagire facendo ricorso alla ragione e alla fede. Direi che è l’ora delle intelligenze libere e serene, soprattutto nel campo della sociologia e dell’antropologia giuridica, oltre che della religione e della spiritualità.
È infatti un dato storico — basta leggere senza pregiudizi perfino il Contratto sociale di Rousseau — che la società democratica è nata da una filosofia sociale che, nonostante tutti i suoi limiti e debolezze, non metteva affatto in dubbio l’esistenza di una verità oggettiva sulla persona umana e di universali valori morali da rispettare. Democrazia era il modo di eleggere i governanti, di dettare leggi e di decidere — entro determinati limiti — i loro contenuti, di distinguere i tre poteri — legislativo, esecutivo e giudiziario — e garantirne l’ indipendenza, di controllare l’esercizio della funzione pubblica di governo ed assicurarne la legalità. Ma era fuori questione che questi parlamenti, questi governanti e questi giudici dovevano rispettare quel patrimonio di civiltà, di verità e di valori morali oggettivi, che era radicato o comunque si presumeva che doveva esserlo nelle coscienze dei cittadini, cristiani o non cristiani. Anzi, il Diritto, le leggi e conseguentemente la giurisprudenza e gli atti di governo avevano anche in questo un altissimo valore pedagogico per il popolo.
Purtroppo, le ideologie libertarie cui accennavamo prima, fondate sul relativismo morale, nel togliere alla democrazia il suo fondamento di principi e di valori oggettivi, hanno sfumato pericolosamente i limiti della razionalità e della legittimità delle leggi. Ciò ha indebolito profondamente l’ordinamento giuridico democratico di fronte alla tentazione di una libertà denaturalizzata: di una libertà, cioè, senza i limiti veramente liberatori della verità oggettiva sulla dignità e i diritti inalienabili dell’uomo e della donna.
La democrazia — disse Giovanni Paolo II — « non implica che tutto si possa votare, che il sistema giuridico dipenda soltanto dalla volontà della maggioranza e che non si possa pretendere la verità nella politica. Al contrario bisogna rifiutare con fermezza la tesi secondo la quale il relativismo e l’agnosticismo sarebbero la migliore base filosofica per una democrazia, visto che quest’ultima per funzionare esigerebbe da parte dei cittadini l’ammettere che sono incapaci di comprendere la verità (...) Una tale democrazia rischierebbe di trasformarsi nella peggiore delle tirannie ». E Benedetto XVI ha chiaramente denunciato nella recente enciclica Caritas in veritate: « Si assiste oggi a una pesante contraddizione. Mentre, per un verso, si rivendicano presunti diritti, di carattere arbitrario e voluttuario, con la pretesa di vederli riconosciuti e promossi dalle strutture pubbliche, per l'altro verso, vi sono diritti elementari e fondamentali disconosciuti e violati nei confronti di tanta parte dell'umanità ».

 

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