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Cerimonia di chiusura della VII Edizione Premio Internazionele Bonifacio Anagni, 28 novembre 2009 PDF Stampa E-mail

Alcune settimane fa, insieme ai collaboratori della Congregazione per la Dottrina della Fede abbiamo visitato Anagni, non solo per interrompere una volta all’anno il ritmo delle giornate di lavoro, ma anche per conoscere da vicino la storia di questa città e quella di un suo figlio, il più famoso, Papa Bonifacio VIII, cui vita e pontificato sono strettamente legati a questo luogo.


"Il Premio Bonifacio VIII

intende promuovere una cultura della pace e del perdono"

Intervento di S.E. il Cardinale William Levada
Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede
in occasione del conferimento del
PREMIO BONIFACIO VIII
Anagni, 28 novembre 2009

Eccellenze, Autorità, Illustrissimi Signori e Signore,

Oltre alla squisita accoglienza ricevuta, abbiamo visto una città e una diocesi fortemente segnate dalla storia di un grande Papa del Medioevo, nello specchio della grandezza e dei limiti di quel tempo. Tale visita è stata per me un preliminare all’atto solenne odierno durante il quale ho l’onore di ricevere il Premio Bonifacio VIII.

Saluto cordialmente il Vescovo di Anagni-Alatri, Sua Eccellenza Mons. Lorenzo Loppa, e i parroci della città. Rivolgo un saluto particolare di riconoscenza e stima al Presidente dell’ Accademia Bonifaciana, il Dott. Sante De Angelis, e a quanti compongono l’Accademia, uniti nel proposito di preservare l’eredità storica e culturale di Papa Bonifacio VIII. Saluto il Signor Sindaco di Anagni e le autorità civili e politiche che mi onorano con la loro presenza a questo atto. Il mio saluto cordiale si rivolge anche ai cittadini di Anagni e dei dintorni.

Il premio che si riferisce alla persona e al pontificato di Papa Bonifacio VIII non è solo una reminiscenza storica di un grande personaggio proveniente dalla vostra città, ma ricorda anche l’istituzione dell’Anno Santo che questo Pontefice, per la prima volta, proclamò nel 1300, disponendo un Anno Giubilare nella Chiesa. Il Premio Bonifacio VIII intende quindi promuovere, sulla scia dei valori del Grande Giubileo, una cultura della pace e del perdono.

Siamo tutti a conoscenza che la proclamazione del primo Anno Santo fu la risposta del Pontefice all’afflusso spontaneo di tanti pellegrini nella Città Eterna nel Natale del 1299. Istituendo l’Anno Santo che poi doveva essere celebrato ogni 100 anni, Bonifacio VIII si ispirò alla “Perdonanza” proclamata da suo predecessore Papa Celestino V nel 1294, nella Basilia aquilana di Collemaggio. In tutta l'Europa, percorsa da un bisogno di tregua e di pace, si andava spargendo la voce che a Roma si otteneva l'indulgenza plenaria.

Abbiamo anche noi visto l’afflusso enorme di pellegrini a Roma nell’Anno del Grande Giubileo 2000 – 700 anni dopo quel primo Anno Santo della storia. Papa Giovanni Paolo II invitò con insistenza a far pace con Dio, ad accogliere il dono del suo perdono. Abbiamo visto un Pontefice fare un gesto di “purificazione della memoria” durante l’Anno Giubilare chiedendo perdono per i peccati dei figli della Chiesa vissuti lungo i due millenni. Questo gesto nasceva dalla convinzione che solo la verità porterà alla pace. Questa relazione tra verità e pace fu sottolineata, infatti, sia da Papa Giovanni Paolo II, nel suo messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 1980, sia dall’attuale Pontefice Benedetto XVI, nel suo primo messaggio per la stessa circostanza nel 1° gennaio 2006 cui ha voluto dare il titolo “Nella verità, la pace”.
Egli scrive: “Il tema di riflessione di quest’anno – “Nella verità, la pace” – esprime la convinzione che, dove e quando l’uomo si lascia illuminare dallo splendore della verità, intraprende quasi naturalmente il cammino della pace.” (Benedetto XVI, 1° gennaio 2006, n. 3)
Nella verità, la pace: Nella nostra società che si ispira in linea di principio al pluralismo, questa frase non viene facilmente accettata. La pace sì: Chi desidera fare la pace, è ben accetto. E a ragione, perché la pace è un bene preziosissimo. Ma oggi non è così evidente che la pace si raggiunga tramite il richiamo alla verità.
Non sarebbe più favorevole alla ricerca della pace di non pretendere la conoscenza di una verità oggettiva? C’è la paura che l’intento di cercare, individuare e formulare una verità oggettiva, valida per tutti e indipendentemente dalle loro convinzioni, porti con sé il pericolo imminente di servirsi di tale verità per soggiogare gli altri, per disciplinarli nel nome di un’“astratta” verità. Non era proprio la convinzione di “possedere” la verità che ha portato al disprezzo degli “altri” e perfino ai conflitti armati? Guerre di religione, purtroppo, non sono un affare del passato ma sembra che vedano nei nostri giorni un’infelice resurrezione.
Dobbiamo assentire sull’esistenza di un fanatismo religioso che minaccia la pace tra uomini e nazioni di diverse convinzioni. Giovanni Paolo II scrisse: “Pretendere di imporre ad altri con la violenza quella che si ritiene essere la verità, significa violare la dignità dell’essere umano e, in definitiva, fare oltraggio a Dio, di cui egli è immagine.” (Giovanni Paolo II, 1° gennaio 2002, n. 6)
Partendo dal rifiuto di un tale fanatismo aggressore, tanti rifiutano oggi ciò che si è solito chiamare “verità”. Il pluralismo - “dogma” contemporaneo - riconosce che ognuno possiede la “sua verità” e la libertà di vivere a modo suo. Sentiamo qui la lontana eco della famosa parabola dei tre anelli, sorta nel pieno illuminismo. L’uguaglianza del valore di ogni Credo che il Lessing chiedeva ai suoi contemporanei, la vediamo oggi considerata fino in fondo. “Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, spiega il Santo Padre Benedetto XVI, viene spesso etichettata come fondamentalismo.” (Card. J. Ratzinger, Omelia nella S. Messa “pro eligendo Romano Pontefice”, 18.04.2005) La fede, si dice, deve essere per forza un affare privato perché ogni professione pubblica di fede è propensa a disturbare la pace tra gli uomini di diverso Credo.

Eccolo, il relativismo radicale di cui il Papa ci parla dall’inizio del suo pontificato. Su questo punto si gioca la sostanza della vita umana: “Il relativismo … appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie.” (l.c.)

Ma se non esiste niente di definitivo, nessuna verità oggettiva, lo sconfitto sarà l’uomo stesso. Senza sistema di riferimento, senza ordine innato nella natura dell’uomo, tutto è uguale ma allo stesso tempo e nella stessa misura anche disponibile, discutibile, modificabile e, alla fine indifferente.

Qual’è allora la misura giusta per l’uomo, se non lo è il proprio io?
Torniamo alle affermazioni di Benedetto XVI nel suo messaggio per la Giornata Mondiale della Pace.
“…Occorre tener ben presente che la pace non può essere ridotta a semplice assenza di conflitti armati, ma va compresa come «il frutto dell’ordine impresso nella società umana dal suo divino Fondatore», un ordine «che deve essere attuato dagli uomini assetati di una giustizia sempre più perfetta».” (n. 3). La pace, quindi, si costruisce nel “conformare – nella verità, nella giustizia, nella libertà e nell’amore – la storia umana all’ordine divino.” E Papa Benedetto XVI aggiunge: “Sant’Agostino ha descritto la pace come «tranquillitas ordinis», la tranquillità dell’ordine, vale a dire quella situazione che permette, in definitiva, di rispettare e realizzare appieno la verità dell’uomo.” (n. 4)

Anche nella sua recente enciclica “Caritas in veritate”, Benedetto XVI conferma questa convinzione della Chiesa, scrivendo: “La costruzione della pace esige la costante tessitura di contatti diplomatici, di scambi economici e tecnologici, di incontri culturali, di accordi su progetti comuni, come anche l’assunzione di impegni condivisi per arginare le minacce di tipo bellico e scalzare alla radice le ricorrenti tentazioni terroristiche. Tuttavia, perché tali sforzi possano produrre effetti duraturi, è necessario che si appoggino su valori radicati nella verità della vita.” (Caritas in veritate, n. 72) L’orientamento alla verità oggettiva serve da criterio di discernimento circa il contributo delle religioni e delle culture, dice il Papa in un altro contesto. “La libertà religiosa non significa indifferentismo religioso e non comporta che tutte le religioni siano uguali. Il discernimento circa il contributo delle culture e delle religioni si rende necessario per la costruzione della comunità sociale nel rispetto del bene comune soprattutto per chi esercita il potere politico. Tale discernimento dovrà basarsi sul criterio della carità e della verità.” (Caritas in veritate, n. 55)
Il riferimento alla verità non sopprime il dialogo con le culture ed altre religioni. Come da un filo rosso, il pontificato di Benedetto XVI è pervaso dalla preoccupazione di giustificare e favorire il dialogo tra la religione e la ragione, e ciò a nome della verità. Nella “Caritas in veritate”, il Santo Padre ribadisce: “La ragione ha sempre bisogno di essere purificata dalla fede… A sua volta, la religione ha sempre bisogno di venire purificata dalla ragione per mostrare il suo autentico volto umano.” (n. 56) In questo punto di convergenza si situa la costante ricerca della pace: “Nella verità, la pace.”

In questo grande contesto si deve vedere anche il contributo di quel Dicastero della Curia Romana che ho l’onore e l’onere di presiedere, servendo così il Romano Pontefice nel suo ministero Petrino di garante della verità della Fede. La fede in Gesù Cristo non rappresenta un sistema di affermazioni che non hanno niente a che fare con la realtà e le sorti dell’uomo. Perché, come proclamò il Concilio Vaticano II nella Costituzione Apostolica “Gaudium et spes”: “In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell'uomo.” (GS, 22) In questa luce si capisce l’insistenza del Magistero della Chiesa nel denunciare logiche e pratiche contrarie alla verità dell’uomo.

Con le sue molteplici attività, la Congregazione per la Dottrina della Fede cerca di indicare di volta in volta quei metodi e contenuti di proposte teologiche non consone con la verità della fede e, quindi, non adeguate alle esigenze di annuncio e di comprensione del Vangelo per l’umanità del nostro tempo, incoraggiando allo stesso tempo gli aspetti originali e le tendenze teologiche innovative in armonia con la fede della Chiesa.
Accogliendo una plurisecolare tradizione, la Congregazione per la Dottrina della Fede svolge questo lavoro di discernimento, in campo sia dottrinale che disciplinare, mediante una ben ponderata procedura di consultazione e di dialogo con specialisti di tutto il mondo, esperti nei vari campi della filosofia, della teologia, del diritto e delle scienze umane. Il parere meditato degli esperti e dei consultori costituisce la base per gli orientamenti ufficiali, che vengono poi formulati dai Cardinali e Vescovi membri della Congregazione e avallati in ultima istanza dal Santo Padre. Tali decisioni, sempre sostenute dal loro essenziale riferimento alla verità evangelica, sono caratterizzate da un atteggiamento di prudenza, di rispetto e di comprensione nei confronti di persone e opinioni.
In tale modo la Congregazione per la Dottrina della Fede assolve a un triplice compito: promuovere e tutelare la dottrina sulla fede e i costumi in tutto l'orbe cattolico; favorire gli studi volti a far crescere l'intelligenza della fede e a dare risposta ai nuovi problemi scaturiti dal progresso delle scienze o dall'evolversi della società; aiutare i Vescovi nell'esercizio del loro compito di maestri autentici della fede, tenuti a custodire e a favorire l'integrità della medesima fede.
“Nella verità, la pace.”
San Tommaso d’Aquino, nel suo commento all’opera di un Padre della Chiesa del VI secolo (Dionisio Areopagíta) afferma che uno dei nomi di Dio è “Pace” (cfr. De divinis nominibus, c. XI, n. 923). La pace quindi, non viene garantita escludendo Dio o ogni espressione di fede dalle nostre società. Creati “a sua immagine”, dobbiamo aprirci alla verità e, ricevendo la pace di Dio, dobbiamo farla crescere in noi e nelle nostre relazioni finché anche il nostro nome sia “pace”.

 

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L'Accademia Bonifaciana, ha sede presso il palazzo di Bonifacio VIII di Anagni, da tre secoli custodito dalle Suore Cistercensi della Carità, venne edificato nel XII secolo e in origine appartenne alla famiglia dei Conti. Fu abitato da Papa Gregorio IX (Ugolino Conti) che il pri­mo settembre 1230 vi ospitò Federico II...  Leggi articolo

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