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CARD. GIOVANNI LAJOLO PDF Stampa E-mail

Premio Internazionale Bonifacio VIII

VI Edizione 2008

BIOGRAFIA:
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Presidente della Pontificia Commissione per lo Stato della Città del Vaticano e Presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, è nato a Novara (Italia) il 3 gennaio 1935. Suo padre Carlo Lajolo era medico condotto di Grignasco (Novara). Sua madre si chiamava Teresa Tobia. È stato battezzato, nella solennità dell'Epifania, nella basilica di San Gaudenzio a Novara. È entrato molto giovane nel seminario minore nell'Isola di San Giulio, sul lago d'Orta e, dopo un anno trascorso nell Apostolic School del Mungret College, a Limerick, in Irlanda (1950), ha completato gli studi umanistici nel seminario vescovile di Arona, sul lago Maggiore. Ha conseguito la maturità come privatista nel liceo Augusto di Roma. Ha compiuto quindi gli studi di filosofia e di teologia, come alunno del seminario lombardo, presso la Pontificia Università Gregoriana. Nel 1955 ha conseguito la licenza in filosofia e nel 1959 in teologia.

Ha dato gli esami dei primi due anni della facoltà di lettere all'università di Torino. Ha ricevuto l'ordinazione sacerdotale il 29 aprile 1960, nel santuario mariano di Re in Val Vigezzo, dalle mani dell'allora vescovo ausiliare di Novara, Ugo Poletti. Ha completato gli studi con la laurea in diritto canonico nel Kanonistiches Institut presso l'Università Ludwig Maximilian di Monaco di Baviera. Ha pubblicato studi su vari temi attinenti alla libertà religiosa, alla libertà della Chiesa e a questioni di diritto concordatario, su natura e strutture della diplomazia vaticana, sul rapporto tra liturgia e diritto canonico. Dopo il corso di perfezionamento presso la Pontificia Accademia Ecclesiastica nel 1968-1969, è stato inviato come segretario presso la nunziatura apostolica in Germania, a Bonn, dove è rimasto fino alla fine di novembre del 1974. Chiamato a Roma, presso il Consiglio degli Affari pubblici della Santa Sede alla fine di novembre del 1974, ha avuto l'incarico di seguire come minutante le questioni di diversi paesi europei. Nel 1975 è stato inviato in missione a Lisbona, in vista della conclusione di una modifica del concordato con il Portogallo, raggiunta con l'accordo firmato a Roma il 15 febbraio dello stesso anno. Nel 1978 ha accompagnato l'allora segretario del Consiglio per gli Affari pubblici della Chiesa, Agostino Casaroli, in un viaggio a Bonn per discutere alcuni problemi sorti nei rapporti tra la Santa Sede e la Repubblica Federale di Germania. A partire dal 1976 è stato segretario della delegazione della Santa Sede nella commissione paritetica incaricata di elaborare l'accordo di modifica del Concordato lateranense, concluso il 18 febbraio 1984. A partire da quella data è stato anche membro della commissione paritetica per gli enti e i beni ecclesiastici, che ha concluso il suo lavoro l'8 agosto 1984. Dal 1985 al 1989 è stato docente di stile diplomatico nella Pontificia Accademia Ecclesiastica. Il 3 ottobre 1988 è stato nominato Segretario dell'Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica e promosso arcivescovo titolare di Cesariana. Giovanni Paolo II gli ha conferito l'ordinazione episcopale in San Pietro, il 6 gennaio 1989. Si è occupato della fondazione Centesimus annus e della diffusione editoriale del Catechismo della Chiesa Cattolica, facendo anche parte della commissione interdicasteriale - presieduta dall'allora cardinale Joseph Ratzinger - per i ritocchi da apportare a quel testo in vista della seconda edizione. Il 7 dicembre 1995 è stato nominato nunzio apostolico nella Repubblica Federale di Germania. Ha avuto occasione di concludere nuovi accordi globali per regolare i rapporti fra Chiesa e Stato con i Länder della Sassonia (2 luglio 1996), della Turingia (11 giugno 1997), del Mecklemburgo-Pomerania Anteriore (15 settembre 1997) e con il Land della Sassonia-Anhalt (15 gennaio 1998). Ha concluso un accordo modificativo con il Saarland sulle scuole private gestite dalla Chiesa (19 luglio 2001) e un nuovo accordo con la Turingia per il trasferimento dell'università teologica nell'università statale di Erfurt (19 novembre 2002). Ha curato il trasferimento della sede della nunziatura da Bonn a Berlino. Giovanni Paolo II, il 7 ottobre 2003, lo ha chiamato nuovamente a Roma nominandolo segretario per i Rapporti con gli Stati della segreteria di Stato. In questa veste ha avuto occasione di visitare diversi paesi europei, del nord Africa e del sud-est asiatico, e di contribuire alla conclusione di accordi tra Chiesa e Stato, tra cui il nuovo concordato con il Portogallo e l'accordo di base con la Bosnia ed Erzegovina. Sempre come segretario per i Rapporti con gli Stati, nel settembre del 2004 e del 2006 ha rappresentato all'assemblea generale delle Nazioni Unite la posizione della Santa Sede. Dal 15 settembre 2006 è presidente della Pontificia Commissione per lo Stato della Città del Vaticano e presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano.

Da Benedetto XVI creato e pubblicato Cardinale nel Concistoro del 24 novembre 2007, della Diaconia di Santa Maria Liberatrice a Monte Testaccio.
È Membro:

* della Congregazione per i Vescovi;
* del Pontificio Consiglio della Cultura;
* dell'Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica

"...Evento di fede condivisa e ricercata concordia tra le genti..."

I pellegrini che visitano la cripta della Basilica Papale di San Pietro, sostano oggi prevalentemente presso la tomba dell’ultimo Pontefice Giovanni Paolo II, ivi sepolto nella propria cappella; essi si avviano poi verso l’uscita, passando accanto e quasi sfiorando un sarcofago posto sulla sinistra, ai piedi di una parete; raramente danno segno di percepirne l’importanza, e vanno oltre, senza soffermarsi. Eppure si tratta di una notevole opera d’arte, dovuta ad Arnolfo di Cambio, che contiene le spoglie mortali di una delle figure eminenti della storia della Chiesa: il Papa Bonifacio VIII, Benedetto Gaetani, nato ad Anagni nel 1235, Papa dal 23 gennaio 1295 all’ 11 ottobre 1303. Ora egli là riposa, vicino alla tomba dell’Apostolo Pietro, di cui fu successore e di cui detenne le chiavi con accesa consapevolezza del potere che da esse gli derivava. Là riposa, dopo aver vissuto e sofferto, ma non certo da succube, alcune delle pagine più controverse e travagliate della storia della Chiesa. Anagni, luogo della sua nascita nel 1235, è anche il luogo dove la sua vita giunse al suo acme drammatico il giorno 3 settembre 1303, momento immortalato dai versi, sdegnati e frementi di fede, di Dante Alighieri, che pure gli fu, come noto (e non senza motivo personale), profondamente ostile:
“Veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,
e nel vicario suo Cristo esser catto.
Veggiolo un’altra volta esser deriso;
veggio rinovellar l’aceto e ‘l fele
e tra vivi ladroni esser anciso” (Purgatorio, XX, 86-90).

Non solo a motivo di questi versi di Dante, così potenti, il contrasto fra Bonifacio VIII e Filippo IV di Francia è rimasto nella memoria come ciò che più ha turbato il suo pontificato. Altre contese politiche, e non da poco, lo videro protagonista. Come la controversia tra Angioini ed Aragonesi per il possesso della Sicilia, che terminò con l’incoronazione di Federico d’Aragona a Re di Trinacria nella Cattedrale di Palermo il 25 marzo 1296, incoronazione che Bonifacio si adattò a celebrare di persona, se pur molto contro voglia. O come la lotta furibonda con i Cardinali Giacomo e Pietro Colonna, zio e nipote, che portò alla distruzione totale della Città di Palestrina, rasa al suolo ed arata nel 1299. O come il movimento sovversivo – così almeno Bonifacio dovette percepirlo – degli Spirituali Francescani, la cui vittima più illustre fu, credo, Jacopone da Todi, che dal suo carcere sotterraneo, buio e freddo, lanciava – inascoltato – al Papa le sue imprecazioni ed invocazioni:

O papa Bonifazio, eo porto el tuo prefazio
e la maledezzone e scommunicazone.
Co la lengua forcuta m’hai fatto esta feruta; …
Por grazia te peto che me dichi:”Absolveto”,
e l’altre pene me lassi fin ch’io dal mondo passi.
Il grande antagonista di Bonifacio VIII, anzi, suo acerrimo nemico, fu Filippo IV, che con sopruso e frode mise in atto ogni mezzo per spogliare la Chiesa di suoi diritti e dei suoi beni. Ma troppo lungo sarebbe rievocare le lotte – da fuori, e da dentro la stessa Chiesa – che amareggiarono, avvelenarono il pontificato di Bonifacio VIII, occasionate certo da non futili motivi, ma anche da lui affrontate con criteri e metodi che risultano alla mentalità a noi contemporanea (ma in gran parte anche alla mentalità di allora) eccessivi e controproducenti. Vi sono, d’altra parte, diversi momenti positivi di questo Pontificato, ben degni di essere ricordati. A tre di essi vorrei solo accennare, perché destinati ad avere un influsso notevole sulla storia. Il primo si rifà alla sua attività di consumato giurista e di legislatore. Si tratta del Liber sextus del Corpus Iuris Canonici, ovvero del Libro di norme canoniche, anche varate antecedentemente al suo Pontificato, che il Papa Bonifacio VIII aggiunse come sesto ai cinque libri delle Decretali di Gregorio IX, a loro volta aggregate come Liber extravagantium al Decretum Gratiani. Il Liber sextus venne pubblicato da Bonifacio VIII con la Bolla Sacrosanctae Romanae Ecclesiae del 3 maggio 1298, e di esso i canonisti lodano la perizia giuridica, ritenendolo la parte più perfetta, dal punto di vista della tecnica legislativa, di tutto il Corpus Iuris Canonici. Come parte di detto Corpus Iuris Canonici, successivamente arricchitosi di altre compilazioni, il Liber sextus rimase fonte di diritto per la Chiesa fino alla pubblicazione del Codex Iuris Canonici da parte di Benedetto XV con la Costituzione Apostolica Provvidentissima Mater Ecclesia del 27 maggio 1917. Un secondo momento ci è stato ricordato dal regnante Pontefice Benedetto XVI nell’importante discorso che egli doveva tenere - ma fu impedito di tenere - all’Università La Sapienza di Roma il 17 gennaio di quest’anno: ed è il fatto che questa Università, oggi ritenuta da alcuni un santuario di pura laicità, deve la sua origine a Bonifacio VIII, che la istituì come Studium Urbis con la bolla “In suprema praeminentia dignitatis” del 20 aprile 1303. Lo Studium Urbis  subì innumeri vicissitudini nel corso della tribolata storia di Roma, ma la sua fondazione da parte di Bonifacio VIII viene comunque volentieri ricordata, anche in campo cosiddetto “laico”, quando si vuol far presente l’antichità dell’istituzione, cioè la sua vocazione a fucina e fonte di cultura inde ab antiquo… Il terzo memorabile momento è l’indizione del primo Anno Santo, avvenuta con la bolla Antiquorum habet. Esso iniziò il 22 febbraio 1300, festa della Cattedra di S. Pietro, e terminò il 24 dicembre dello stesso anno. Fu un’ininterrotta processione di pellegrini da tutte le parti d’Europa, che accorsero a Roma, attratti dalla possibilità di lucrare  l’indulgenza plenaria, che il Papa Bonifacio VIII aveva concesso ai pellegrini che, “veramente pentiti dei loro peccati e confessati, visitassero le due Basiliche di S. Pietro e di S. Paolo. Si dice che dalle diverse porte dell’Urbe entrassero ogni giorno oltre 30.000 persone e che vi soggiornassero quotidianamente oltre 200.000 forestieri. Inattesi, drammatici, furono i problemi di approvvigionamento che ne sorsero; vennero però superati con straordinarie derrate alimentari, soprattutto con provviste di pane, fatte pervenire dai Castelli. La necessità di regolare il traffico delle turme dei pellegrini verso S. Pietro, e di ritorno da esso, indusse, tra l’altro, le autorità a stabilire la regola del tenere la destra. Dante ne parla così:
"[Come] i Roman per l'esercito molto,
l'anno del giubileo, su per lo ponte
hanno a passar la gente modo colto,
che da l'un lato tutti hanno la fronte
verso 'l Castello e vanno a Santo Pietro;
da l'altra sponda vanno verso 'l monte"(I, 18, 28-33).
L’importanza pastorale, sociale ed anche politica dell’Anno Santo venne poi crescendo nei secoli successivi, fino al Grande Giubileo dell’anno 2000. A parte le peculiari finalità dei singoli Anni Santi, dettate da circostanze ecclesiali o sociali del tempo, si può dire, credo senza tema di smentita, che con tale istituzione, di perenne validità, la Chiesa convoca tutte le genti ad limina Apostolorum, le fa sentire come fuse in una sola grande famiglia, e le raccoglie ai piedi del Monte delle Beatitudini ad ascoltare la voce di Colui che dice: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il Regno dei Cieli. … Beati i  costruttori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio” (Mt 5, 3.9). Ma ciò su cui io oggi vorrei esercitare alquanto la vostra pazienza, sono alcune considerazioni, a cui dà spunto la celeberrima bolla Unam sanctam di Bonifacio VIII, emanata il 18 novembre 1302, che tratta del potere spirituale della Chiesa nei confronti dell’autorità politica. Essa venne interpretata - ed il testo ne dava occasione – come se essa intendesse “usurpare” la giurisdizione del Re. Lasciando da parte un’esegesi storica, che sarebbe assai interessante, ma ci porterebbe molto lontano, vorrei solo menzionare brevemente lo sviluppo che la dottrina dei rapporti tra Chiesa e Stato ebbe nei secoli successivi. Nella Bolla si può leggere questa sentenza: “Veritate testante, spiritualis potestas terrenam potestatem instituere debet, et iudicare si bona non fuerit”; ovvero “Come testimonia la Verità, il potere spirituale deve ammaestrare il potere terreno, e giudicarlo, quando non fosse buono”. Due principali teorie si sono sviluppate con riferimento a tale testo, anche se non solo ad esso, perché la problematica dei rapporti tra i due poteri aveva ricevuto una prima impostazione dottrinale nella famosa lettera di Papa Gelasio I all’Imperatore Anastasio I, sul finire del V secolo, ed era poi stata sempre oggetto di analisi e controversie dottrinali, del tutto parallele alle contingenti situazioni politiche.

1. La prima teoria è quella della Potestas directa della Chiesa sullo Stato: essa sostiene che il Potere regio(oggi diremo: il potere statale) deve essere sottoposto al potere papale (cioè al potere della Chiesa), come il corpo all’anima. Questa teoria ebbe i suoi sostenitori fin verso il secolo XVI. Rappresenta il sistema ierocratico, esattamente antitetico al sistema cesaropapista.
2. La seconda teoria è quella detta della Potestas indirecta, secondo cui il dettame del Papa (della Chiesa) può sì piegare il potere regio (lo Stato), ma solo indirettamente, cioè ratione peccati: vale a dire, quando le leggi,  le norme, o le sentenze dell’autorità civile esulano dalla retta via della moralità. E’ questa una dottrina più conciliante della precedente, ma anch’essa non scevra di difficoltà teoriche, e, soprattutto, pratiche.

Entrambe queste teorie si collocano storicamente nel contesto di un regime di cristianità riconosciuta anche da parte dell’autorità civile, almeno a parole. Oggi sono entrambe antiquate, e più nessuno si avvale di tali categorie di linguaggio. Ciò non toglie che il problema del rapporto tra Chiesa e Stato in questioni di comune interesse, e più precisamente in questioni dell’ambito civile aventi implicazioni morali, o in questioni morali intrinseche a norme statuali, non sia più attuale, o abbia trovato una soluzione unanimemente condivisa. Tutt’altro. E ciò, nonostante la condivisa convinzione del principio secondo cui Chiesa e Stato sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti ed autonomi (come recitano sia la Costituzione della Repubblica Italiana, sia il Concilio Vaticano II). A tale proposito mi sia consentito di ricordare un breve passo della Costituzione Pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, “Gaudium et spes”, del Concilio Vaticano II:
“Sempre e dovunque, e con vera libertà, è diritto della Chiesa … di dare il suo giudizio morale anche su cose che riguardano l’ordine politico, quando ciò sia  richiesto dai diritti fondamentali della persona e dalla salvezza delle anime (n. 77). Quest’ultima clausola circoscrive in positivo, e certo indica un ambito più limitato di quello indicato in negativo dalla clausola “ratione peccati” nella dottrina della Potestas indirecta. Il documento conciliare non indica però le conseguenze del “giudizio morale” della Chiesa, che ne possono o devono derivare in concreto nell’ordine politico. Il pensiero del Concilio può, però, essere rintracciato là dove affida l’attuazione della dottrina sociale della Chiesa nell’ordine politico all’azione dei laici (cioè dei cattolici non chierici). Sempre il Concilio Vaticano II, infatti, nel Decreto sull’Apostolato dei laici, Apostolicam actuositatem, detta: “Bisogna che i laici assumano l’istaurazione dell’ordine temporale come compito proprio ed in esso, guidati dalla luce del Vangelo e dal pensiero della Chiesa e mossi dalla carità cristiana, operino direttamente ed in modo concreto; occorre che come cittadini cooperino con gli altri cittadini secondo la specifica competenza e sotto la propria responsabilità, e che cerchino dappertutto e in ogni cosa la giustizia del Regno di Dio. L’ordine temporale deve essere instaurato in modo che, nel rispetto integrale delle leggi sue proprie, esso sia reso ulteriormente conforme ai principi della vita cristiana e adattato alle svariate condizioni di luogo, di tempo e dei popoli”. Ciò detto, non è da credere che tali sviluppi dottrinali siano stati da tutti compresi, non che accettati (e, direi, nemmeno da parte di molti cattolici). Ad esemplificazione di questo mio asserto, non sono pochi i casi recenti e recentissimi, che potrei citare, - ma non ve n’è bisogno, perché sono a tutti ben noti – in Italia, ma non solo in Italia. Qui preferisco fermarmi. Solo ho voluto mostrare, prendendo lo spunto dalla Bolla “Unam Sanctam”, come la vera essenza delle difficoltà nei rapporti tra Papa e Re, tra Chiesa e Stato ai tempi di Bonifacio VIII (difficoltà del resto vissute e sofferte anche sotto precedenti Pontificati, così come nei susseguenti) non è venuta meno, nemmeno ai nostri tempi. Né mai lo sarà, finché non sia dato all’uomo di vedere, come al Veggente di Patmos, “la Gerusalemme celeste, che scende dal cielo come una sposa adorna per il suo sposo” (cfr Ap 21, 2). La figura di Bonifacio VIII, a cui questo premio è dedicato, si erge, proprio per la drammaticità della sua vita, come monito a cercare di procedere sempre con tono soave, anche se con parola chiare, nelle dispute terrene, soprattutto quando sono “dispute fra cielo e terra”, pur senza mai illudersi di trovare  acquiescenza da parte di chi - come Filippo il Bello – ha altri interessi che non quelli della verità e della concordia. Ma è soprattutto Bonifacio VIII, come iniziatore degli Anni Santi della Chiesa cattolica, eventi di fede condivisa e di ricercata concordia tra le genti, che ispira questa Accademia, che porta il suo nome, e che sta all’origine di questo premio. Così, in questo medesimo spirito, accetto con gratitudine il “Bonifacio”, l’artistica effigie di quel Papa, che la Accademia Bonifaciana ha deliberato di conferirmi. Esso, mentre rammemora un Pontefice che ha vissuto e sofferto in un momento particolarmente aspro per la Chiesa e per la sede del successore di Pietro, ravviva in me la consapevolezza del privilegio concessomi, durante non pochi anni della mia vita, di essere associato nel servizio della Santa Sede nella grande causa dei buoni rapporti tra la Chiesa e lo Stato, e della pace tra gli uomini.

Grazie!

 

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