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SEN. NICOLA MANCINO PDF Stampa E-mail

Premio Internazionale Bonifacio VIII

VI Edizione 2008

BIOGRAFIA:
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E’ nato a Montefalcione, 15 ottobre 1931, è un politico italiano, vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, già ministro dell'Interno e Presidente del Senato. Esponente della Democrazia Cristiana, di cui divenne segretario dapprima della provincia di Avellino e poi della regione Campania (di cui fu due volte presidente della giunta regionale), fu eletto per la prima volta senatore nel 1976 e da allora è stato sempre riconfermato. È stato Ministro dell'Interno dal 1992 al 1994: in questa veste firmò il decreto che istituiva il reato all'istigazione razziale, che ebbe come conseguenza la chiusura di numerose associazione neofasciste come Meridiano Zero. Più controverso il suo ruolo al Ministero degli Interni in relazione alla strage di via d'Amelio, per cui fu pubblicamente accusato dal fratello del defunto Paolo Borsellino di operazioni poco chiare nei giorni immediatamente precedenti l'attentato, e per la sparizione di un'agenda privata impiegata anche per annotazioni sulle indagini in corso dagli effetti personali del giudice. Nel 1994 dopo lo scioglimento della DC aderisce al Partito Popolare Italiano ed è tra i più stretti collaboratori di Mino Martinazzoli.

Nel luglio 1994 partecipa al congresso del PPI ed è tra i principali esponenti contrari ad alleanze col centrodestra di Silvio Berlusconi e all'elezione di Rocco Buttiglione alla segreteria del partito. Nell'ultimo giorno del congresso viene scelto dall'ala sinistra del PPI come candidato alla segreteria da contrapporre a Buttiglione. Tuttavia non riesce a coagulare attorno a sé la maggioranza del partito. Dopo la vittoria elettorale di Romano Prodi e dell'Ulivo, è stato Presidente del Senato della Repubblica dal 9 maggio 1996 al 29 maggio 2001, durante la XIII Legislatura. È stato rieletto senatore con le elezioni politiche del 2006, sempre per la Margherita. Il 24 luglio 2006 lascia il Senato dopo 30 anni di attività parlamentare perché eletto dal Parlamento in seduta comune come componente del Consiglio Superiore della Magistratura, in seno al quale ricopre l'ufficio di vicepresidente dal 1 agosto 2006.

"...Un modo interessante e moderno per onorare Bonifacio VIII..."

Eminenza Reverendissima Cardinale Lajolo,

Eccellenza Monsignor Loppa, Vescovo di Anagni,

Signori Ambasciatori,

Signor Prefetto di Frosinone Dottor Cesari,

Signor Commissario del Comune di Anagni, Dottor Raio,

Signor Presidente dell’Accademia Bonifaciana, Dottor De Angelis,

Autorità,

Signore e Signori

Il conferimento del Premio Internazionale “Bonifacio VIII” da parte dell’Accademia Bonifaciana mi onora altamente non solo per le motivazioni che l’accompagnano, di stima e di considerazione per la mia persona e per il mio impegno istituzionale, ma anche perché mi accomuna ad eminenti personalità, del mondo civile ed ecclesiale, insignite dello stesso riconoscimento in questa come nelle precedenti edizioni, i cui nomi sono noti a tutti voi, e quindi mi esimo dal ripeterli. Ne faccio cenno solo per dire che sono onorato di essere in tale benemerita compagnia, e ancora ve ne ringrazio. Saluto in particolare, oltre alle autorità cittadine qui presenti, il Consiglio Direttivo e il Presidente dell’Accademia dott. Sante De Angelis, il Comitato Scientifico del Premio, presieduto da Sua Eminenza il Cardinale Paul Poupard e la Giuria presieduta da Mons. Santino Spartà, che hanno deciso di assegnarmi questo riconoscimento. Desidero da subito manifestare tutta la mia considerazione per l’opera svolta in questi anni dall’Accademia, che mi sembra particolarmente apprezzabile nei due settori in cui dispiega la sua attività: quello spirituale, volto a diffondere e valorizzare l’insegnamento di Papa Bonifacio VIII, e quello culturale, che si concretizza nel recupero, nella conservazione e nella valorizzazione dei beni religiosi, architettonici, artistici e storici di questa già di per sé bellissima città, così carica di storia ma anche così attenta ai problemi dell’oggi. Mi ha particolarmente colpito apprendere che l’impegno della vostra Accademia non si confina in astratte speculazioni culturali, pur interessanti, ma si concretizza in particolare in iniziative assistenziali di grande rilievo come le adozioni a distanza, numerose attività benefiche in Italia e all’estero, l’organizzazione di  dibattiti e corsi di aggiornamento su temi spirituali e sociali di attualità. Mi sembra, questo, un modo interessante e molto “moderno” di onorare la memoria dei Grandi del passato, come il Papa Bonifacio VIII nel cui nome svolgete le vostre multiformi attività. Sono certo che non vi aspettate da me una rivisitazione storica approfondita di questo Vostro Pontefice, che segnò, con la sua vigorosa personalità, la fine dell’età medioevale. Sarei invero presuntuoso se pretendessi di dare una lezione di storia davanti ad un consesso così autorevole e competente. E tuttavia, senza pretesa alcuna di completezza, credo di dover dire qualcosa su Bonifacio, sulla sua vicenda personale di diplomatico, giurista, Pontefice; e su qualche insegnamento che da questa vicenda storica giunge ancora fino a noi. Bonifacio VIII è figura emblematica, e anche controversa - Dante, con riferimento alla sua elezione, ma anche post mortem, non gli fu proprio amico! - : un periodo storico, quello, lontano da noi non solo nel tempo ma anche nella comune identificazione ideale. E tuttavia, dopo anni di denigrazione, dopo gli anni della condanna in blocco dei cosiddetti “secoli bui”, la storiografia moderna ha provveduto a rivalutare il Medioevo come il periodo storico nel quale l’Europa gettò le fondamenta della modernità, poi irrobustite e vitalizzante nel Rinascimento. Fase di passaggio, certamente, dopo le turbolenze delle invasioni barbariche che avevano sconvolto l’ordine imperiale romano, ma fase nella quale entrarono autorevolmente in gioco i protagonisti dei secoli futuri: il Papato, l’Impero, gli Stati nazionali, fra i quali lo Stato francese, così drammaticamente presente nella vicenda bonifaciana. E, fra i protagonisti dell’epoca non si deve dimenticare il popolo, che proprio verso la fine del Medioevo, dunque ai tempi di Bonifacio, raggiunse una propria autonoma soggettività, che negli anni di cui ci stiamo occupando si manifestò esemplarmente, qui ad Anagni, risarcendo il Papa dell’affronto subito su mandato della monarchia francese. L’episodio, passato emblematicamente alla storia come lo “schiaffo”, contrassegnò l’apice di un drammatico conflitto fra Chiesa e Stato, nel quale, con l’irruenza che gli era propria, Papa Bonifacio cercò di far prevalere le ragioni del Papato contro quelle delle litigiose famiglie - in particolare i Colonna - che si contendevano il potere a Roma e innanzitutto contro la volontà egemonica del re di Francia, che pretendeva di svincolare il clero transalpino dall’obbedienza romana. Dal conflitto, Bonifacio uscì indubbiamente perdente, ma la sovranità della Chiesa romana, da lui caparbiamente difesa, sarebbe stata in seguito rivendicata, durante e dopo gli anni della “cattività” avignonese, fino a diventare un dato acquisito. Proprio nell’ultima fase della vicenda umana di Bonifacio si manifesta l’unione fra il Papato e il popolo cristiano. Furono, infatti, i cittadini di Anagni, che invero le cronache del tempo affermano non erano proprio innamorati del loro Papa, a ribellarsi contro la sua prigionia e ad imporne la liberazione. Come vi è noto, ciò non valse a restituire prestigio e salute al Pontefice umiliato. Bonifacio moriva, infatti, poche settimane dopo la prigionia e le angherie inflittegli dall’inviato del re di Francia e dai Colonna; e tuttavia la rivolta popolare che indusse i congiurati a liberarlo è un segnale importante del legame che anche in quell’epoca si manifestava fra il vertice della Chiesa e i fedeli. Del resto, era stato proprio Bonifacio VIII ad assumere, durante il suo Pontificato un’iniziativa - quella dell’indizione del primo Giubileo centenario - destinata a restare viva nei secoli come manifestazione, credo la più solenne e corale, di pietà popolare. Un’intuizione veramente generosa e profetica, un’iniziativa di grande affiato pastorale, che illumina di luce diversa e imprevedibile un pontificato altrimenti tutto “politico”. Negli anni di Bonifacio, tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo, il bisogno di liberarsi del peso dei peccati, la domanda di indulgenza era molto avvertita nella popolazione. Il predecessore di Bonifacio, Papa Celestino V, aveva dato una prima risposta proclamando la “perdonanza” dalla Basilica di Collemaggio all’Aquila. Papa Cajetani riprese ed esaltò l’iniziativa, la inserì in un autorevole cornice teologica e pastorale, della quale la “Bulla Indulgentiarum” che oggi possiamo qui ammirare, è la traduzione giuridica. Da allora il Giubileo rimane uno degli appuntamenti più sentiti della pietà popolare. Come tutti sapete, l’ultimo Giubileo celebrato dalla Chiesa, quello che ha aperto il terzo millennio dell’era cristiana, ha avuto particolare solennità e ha visto Roma letteralmente invasa da moltitudini di fedeli provenienti da ogni angolo del mondo. Mi sembra giusto concludere queste mie considerazioni rievocando insieme a voi uno dei momenti più caratterizzanti dell’evento giubilare, del quale posso dare a voi una testimonianza diretta, essendo io, allora, Presidente del Senato. In tale ruolo istituzionale toccò a me - si era all’inizio di novembre - portare a Sua Santità Giovanni Paolo II il saluto delle donne e degli uomini della politica che avevano accolto l’invito del Papa e si erano recati a pregare sulle tombe degli apostoli. Ricordo ancora la cerimonia, insieme semplice e solenne, secondo lo stile che il Papa aveva impresso ai grandi eventi dell’Anno Santo. E ne ricordo, e voglio condividerlo con voi, il profondo significato civile e spirituale. Dissi tra l’altro, e mi scuso per l’autocitazione, che “il Giubileo offre alla politica una preziosa occasione per riflettere, assieme agli uomini della Chiesa, sul grande tema della dignità della persona umana. Il rispetto e la tutela della dignità dell’uomo sono, infatti, premesse indispensabili per la costruzione di una società giusta e pacificata e per lo sviluppo integrale degli individui, dei popoli e delle nazioni”. Aggiunsi che la difesa dei diritti umani è, al giorno d’oggi, il terreno comune su cui fede e politica, religione e diritto, Chiesa e Stato possono e debbono incontrarsi. Questi concetti, che mantengono pienamente valida la loro attualità, ci aiutano a riflettere sul presente, anche sulla scorta degli insegnamenti del passato. Certo, la concezione per la quale Bonifacio VIII si batteva era diversa. Nella sua visione quella che definiva la “spada spirituale” veniva brandita dalla Chiesa, mentre la “spada temporale”, pur di competenza del re, doveva essere in qualche modo impiegata su indicazione del Papa. Altri tempi, altra concezione dei rapporti fra potere spirituale e potere temporale. Potremmo dire, però, che il Papa intendeva che entrambi i poteri si ponevano in qualche modo al servizio del popolo cristiano. E il popolo di Anagni, rivendicando e ottenendo la liberazione del Papa prigioniero, ne riconobbe la supremazia. Sarebbe errato, e certamente non desidero farlo, eccedere in raffronti storici relativamente ad epoche tanto diverse. Il concetto che, concludendo, vorrei però, trasmettervi è molto semplice: compito dello Stato e della Chiesa è sempre più quello di promuovere e difendere i diritti umani, che nella nostra epoca sono per loro natura indivisibili e interdipendenti. La pace, la democrazia, lo sviluppo economico, sono a rischio laddove la dignità e la libertà dell’uomo sono messe a rischio, ignorate o calpestate. E nella rivendicazione dei diritti Chiesa e Stato devono essere alleati dell’uomo. Vorrei dire che ciò vale tanto più in periodi, come l’attuale, nei quali una crisi economica di cui non vediamo pienamente le dimensioni e non conosciamo la fine, mette a rischio proprio le condizioni di vita dei più poveri, dei più deboli, dei più emarginati. Credo che, per quanto sta nelle sue possibilità, l’Accademia Bonifaciana si adopera anche, con le sue attività sociali, su questo importantissimo fronte. E di ciò vi ringrazio.

 

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Vita Accademica

IL MINISTERO PAPALE DEL VESCOVO DI ROMA, DAL PUNTO DI VISTA ECUMENICO Lectio Magistralis del Card. Kurt Koch, all'Accademia Bonifaciana in occasione dell'Aperura dell'Anno Accademico 2016-17 e del Conferimento del Premio Internazionale Bonifacio VIII

Eminenze ed Eccellenze Reverendissime, Venerato Rettore Presidente dell’Accademia Bonifaciana Comm. Dott. Sante De Angelis, Venerato Presidente del Comitato Scientifico, Sua Eccellenza Franco Croci, Autorità Religiose, Civili e Militari, Signori Accademici, Sorelle e fratelli nel Signore, Vi ringrazio di cuore per il grande onore accordatomi con il conferimento del Premio Internazionale Bonifacio VIII. Sono lieto di essere qui ad Anagni, dove il Palazzo dei Papi ci ricorda il tempo in cui i pontefici risiedevano in questa città. Qua, nel 1235, nacque Benedetto Caetani, che diventerà Papa Bonifacio VIII, e sempre qua avvenne contro il Papa il famoso “attentato di Anagni”, che fu all’origine del trasferimento della residenza papale ad Avignone. Per quanto Papa Bonifacio VIII abbia vissuto nel periodo di passaggio tra l’alto Medioevo ed il tardo Medioevo e, dunque, in un mondo ben diverso dal nostro, esistono alcuni parallelismi con la situazione odierna

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L'Accademia Bonifaciana, ha sede presso il palazzo di Bonifacio VIII di Anagni, da tre secoli custodito dalle Suore Cistercensi della Carità, venne edificato nel XII secolo e in origine appartenne alla famiglia dei Conti. Fu abitato da Papa Gregorio IX (Ugolino Conti) che il pri­mo settembre 1230 vi ospitò Federico II...  Leggi articolo

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