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INTERVISTA AL VESCOVO DI ANAGNI-ALATRI MONS. LOPPA PDF Stampa E-mail

Intervista a tutto campo con il Vescovo eletto della diocesi di Anagni-Alatri monsignor Lorenzo Loppa, a pochi giorni dalla Sua Ordinazione episcopale, è la prima intervista che il Prelato rilascia, lo abbiamo incontrato nella sua casa canonica a Segni, nella parrocchia di Santa Maria degli Angeli, è stato un incontro lungo, cordialissimo, pieno di ricordi e aneddoti che don Lorenzo, come preferisce farsi chiamare, ha voluto raccontare alla nostra testata.
Eccellenza, è da tempo, che in diocesi, si spargeva la voce, che il successore di monsignor Lambiasi, era Lei, quando, lo scorso 28 giugno, ha avuto l’ufficializzazione della Santa Sede, cosa ha provato, quale è stato il suo primo sentimento?
“Il mio primo sentimento è stato di sorpresa, perché le voci sono una cosa, però poi la decisione del Santo Padre è un’altra. Mi sono stupito, ma nello stesso tempo ho ringraziato subito il Signore perché significa che avevo una chiamata diversa, una chiamata a servire una Chiesa a cui ero già affezionato. La conosco bene la Chiesa di Anagni-Alatri, poi, Anagni specialmente! Noi preti, siamo diventati tutti grandi al Leoniano…maturi in tutti i sensi! Quindi, ho provato sorpresa, riconoscenza ed entusiasmo perché le strade di Dio sono davvero infinite e misteriose. Le voci sulla mia nomina correvano sicuramente, ma ciò che ha dato una svolta a tutto quanto il discorso è stato quando è arrivata la disposizione del Papa. Devo dire, che ho accettato volentieri di guidare questa Comunità cristiana”.
E cosa pensa che proverà, domenica, quando per la prima volta, dopo la consacrazione episcopale, siederà sulla cattedra che è stata di san Pietro da Salerno?
“Penso parecchia emozione, un po’ di stupore e di meraviglia e soprattutto molta speranza e direi un’apertura verso il futuro, con l’augurio di non deludere le attese di Dio e degli uomini e forse il timore di non corrispondere alle attese Sue e delle anime che mi ha affidato. Questa è l’unica trepidazione che ho”.
Ci può descrivere il suo stemma e il suo motto episcopale?
“Si. Lo scudo che raccoglie lo stemma, è sormontato dalla mitria vescovile e da una croce. E’ diviso a metà, raccoglie nella parte sinistra, in alto, il simbolo che si riferisce ad Anagni e riguarda l’onda della famiglia Cajetani, mentre in basso a sinistra c’è la porta Saracena di Segni. Un piccolo omaggio per la città da cui provengo. Nella parte destra, invece, c’è un grande acero che si staglia diritto e che ha le radici su sette rigogli d’acqua, che rappresentano i sette Sacramenti della Chiesa. Poi sotto, come motto, c’è scritto una frase di Gesù, tratta dal vangelo di Matteo: “Gratis accepistis  gratis date”, che significa: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”. Quindi, tutto all’insegna della gratuità. Noi non abbiamo portato niente, non abbiamo niente di nostro, quello che abbiamo lo dobbiamo dare, perché in fondo è una restituzione”.
Monsignor Belloli, Vescovo emerito, ha deciso di non partecipare domenica alla sua Ordinazione, in quanto, come lui ci ha detto: “quando si lascia un posto bisogna lasciare campo libero”, cosa ne pensa?
“Sinceramente mi dispiace della sua assenza, ma devo prendere atto che è un ragionamento molto corretto… Monsignor Belloli, so che è entrato tanto nel cuore della gente della diocesi e anche monsignor Lambiasi spesso si è riferito a lui, quando mi ha parlato di questa Chiesa, spesso ha sottolineato il lavoro fatto dal suo predecessore. Sia Monsignor Belloli, sia monsignor Lambiasi sono dei grandi Vescovi, speriamo di non farli rimpiangere!”.
E’ vero che siete stato compagno di studi, di classe e di banco del nostro Vescovo Lambiasi, al Leoniano? Avete qualche aneddoto da raccontarci della vostra vita di seminarista?
“Monsignor Lambiasi è una persona squisita. Per me non è un monsignore, è un amico fraterno. Lo conosco da trentanove anni, siamo entrati al Leoniano nell’ottobre del 1963 e l’amicizia è stata istintiva. Diciamo così, non siamo amici solo personalmente, ma erano amiche anche le nostre famiglie, quindi, i contorni famigliari che ci ha regalato il Signore, spesso si sono incrociati. Le affinità ci stanno e sono state sottolineate: tutte e due laziali, tutte e due lepini, tutte e due leoniani… poi praticamente tutto il corso teologico lo abbiamo fatto insieme, erano anni ruggenti, nel senso bello del dopo Concilio, siamo stati nello stesso banco. Di aneddoti ce ne ho tanti… per intenderci bastava uno sguardo, non c’era bisogno di tante parole. Dopo il Signore ci ha costretti a lavorare in campi diversi, però ci siamo sempre intrecciati come cammino. Lui mi ha chiamato negli anni ottanta ad insegnare Sacramentaria a Latina, poi divenuto rettore al Leoniano, ci siamo visti un po’ di più”.
E il suo vescovo Andrea Erba, come l’ha presa?
“Monsignor Erba, è il mio Vescovo, mi accompagnerà ad Anagni e penso che pure lui abbia manifestato due sentimenti: da una parte contentissimo per questa responsabilità pastorale a cui il Santo Padre mi ha chiamato, dall’altra un po’ rammaricato, perché non lavoreremo più insieme a contatto di gomito”.
Lei, è stato per molti anni docente in Seminari Maggiori ed Università Pontificie, vicino a giovani che si formano al sacerdozio. La diocesi di Anagni-Alatri, come sa, ha problemi a livelli di vocazione, come intende affrontare questo delicato problema?
“Ho insegnato in diversi Istituti religiosi, specialmente negli anni della loro strutturazione, negli anni ottanta, a livello universitario sono stato per dieci anni nella Cattedra di Sacramentaria con monsignor Franco Marinelli, ora Vescovo di Urbino, però l’esperienza scolastica più importante l’ ho avuta nelle scuole Superiori… Il problema vocazionale, non penso che si possa risolvere facilmente, ma impostando un serio discorso di pastorale giovanile e di pastorale famigliare. Se riusciamo a incrociare questi due tipi di lavori nella Chiesa, i giovani e la famiglia, io penso, che prima o poi… avremo dei risultati, bisogna educare alla fede, che significa rispondere a Dio che ti chiama. Questo è il punto!”.
Come vede ad esempio, invece, i vari movimenti ecclesiali, le Confraternite e le pie associazioni. Possono ancora secondo lei, formare e tenere salde le generazioni future vicino alla Chiesa, in modo autentico?
“Penso di si. Guarda, il cristianesimo è bello, perché il cuore della Pentecoste, accende tanti colori. L’importante è che queste Associazioni, questi movimenti e le Confraternite siano fedeli al loro carisma, alle motivazioni che le hanno generate, che non assolutizzino la loro ricchezza, ma che la mettano umilmente e fraternamente a disposizione di tutti. Ad esempio, io ho una ricchezza e la possiedo in comune, ma non devo pretendere che tutti quanti la condividono e la pensino come me, abbiano quel colore e facciano gli stessi gesti… Questi gruppi, sono una grandissima risorsa per la Chiesa”.
E’ ormai tradizione, che nel giorno della festa di San Magno, il Vescovo, rivolga alla città, il “suo” discorso religioso-laico. Manterrà questa usanza?
“Si. Il discorso alla città, certo, ci mancherebbe altro! Questa è una usanza milanese, e prima che “belloliana” è stata “martiniana”. Penso, che sia un discorso in cui la fede diventa anche il fondamento per la convivenza sociale e politica. Se si lavora a livello umano e di crescita di cultura, migliora l’uomo e migliora quindi anche l’anima… più lavoriamo dal punto di vista per la fede e più lavoriamo per l’umanizzazione del mondo, perché secondo me essere cristiani significa essere uomini in maniera molto originale, quindi, sai, sia la fede che la dimensione sociale e politica contribuiscono alla crescita della stessa persona che è il cittadino. In fondo, se noi preti facciamo bene il nostro dovere, ricaviamo il tessuto cristiano delle nostre Comunità e si lavora bene a livello sociale e politico, anche se non si va in chiesa, si migliora dal punto di vista cristiano”.
Segni, la sua città natale, ha dato alla Chiesa autorità religiose eminenti, basti ricordare i Cardinali Pericle ed Angelo Felici e Vincenzo Fagiolo. Ha un ricordo particolare con uno dei tre porporati?
“Quello che ricordo con particolare affetto e più vicino è il cardinale Vincenzo Fagiolo, perché abitava qua, a duecento metri di distanza dalla mia parrocchia. Lui, diceva sempre che ero il suo parroco, veniva spesso a celebrare e a confessare. Per noi segnini, era il nostro don Vincenzo, ricordo che una volta si presentò da noi il 31 dicembre in sacrestia e mi disse: “Ti dispiace se celebriamo insieme?”. Oltretutto, non lo ha fatto intenzionalmente nessuno a fissare la data della mia Ordinazione proprio il 22 settembre, giorno in cui ricorre il secondo anniversario della sua morte. Forse, dall’alto, sarà stato proprio lui il regista…”.
E con il Presidente Giulio Andreotti?
“C’è un rapporto di stima, l’ ho invitato per domenica e penso che venga. Se sarà presente, mi farà un bel regalo! In questi anni abbiamo anche gioito con lui, per il risvolto positivo di quella vicenda a cui era stato assoggettato e abbiamo anche trepidato, perché certe cose non potevano essere vere, conoscendo la persona!
Chi sarà il suo Successore nella parrocchia di Santa Maria degli Angeli?
“Quello che è stato per quindici anni il mio vice, don Claudio Sammartino, che a sua volta verrà affiancato da uno dei sacerdoti del Verbo Incarnato, che stanno qui a Segni. Penso che ci sia continuità ad Anagni e pure qui. Tutto nel segno della continuità.”.
Lei, ha ancora vicino i suoi genitori, e una famiglia che da sempre Le è vicino? Con chi vivrà nel grande episcopio di Anagni?
“C’è già una struttura che ha creato monsignor Lambiasi, tipo la segreteria e quella resta. Spero di avere vicino tanti bravi preti, poi c’è il Seminario Minore con la mensa dei sacerdoti giornaliera, quindi mi potrò servire di quella. Non ho paura! Il problema dei genitori è questo: penso che sia una crudeltà per due anziani di ottanta e passa anni sradicarli dal loro posto di origine, qui hanno le loro amicizie, le parentele, le loro abitudini… Anagni è talmente vicino a Segni, che quando posso verrò a trovarli!”.
Le dispiace di non ritornare più all’apostolato spicciolo di parroco?
“Penso invece che mi capiterà di fare un po’ di apostolato spicciolo, specialmente quello di parlare con le persone! Da prete, ho confessato moltissimo, mi dispiacerebbe non confessare più! So che la gente mi cercherà anche per confessarla, certo, non sarò più sul campo, come qui in parrocchia con la gente che a qualsiasi ora della giornata mi suonava o mi cercava, qui per tanti anni è stato un porto di mare”.
Ora si sente più professore di teologia, parroco o Vescovo?
“Vescovo non mi sento proprio! Mi sento prete, nel senso che io ho fatto il professore per necessità, mi ci hanno tirato per i capelli, però alla fine, mi sono stancato, perché tieni conto, che ho fatto sempre tante ore di lezione alle Scuole Superiori: Liceo Classico, Geometri, Magistrali, spesso nel pomeriggio insegnavo negli istituti religiosi a Formia, a Latina e poi di corsa al Leoniano, poi dieci anni al Laterano di Roma, intendiamoci, insegnare mi piace, anche perché sono stato costretto a rivedere le mie cose, ad aggiornarmi, a ripuntualizzare certe situazioni… Però è pure vero che quando si è trattato di scegliere tra l’Università e la parrocchia, io ho detto al mio Ordinario: ti saluto. C’è rimasto un po’ male, ma a me piaceva stare più in parrocchia, tra la mia gente”.
Ha delle letture o degli Autori che predilige?
“Le letture sono in ordine al ministero, quindi sono letture sulla predicazione e in ordine all’insegnamento. Quindi, strettamente tecniche. Ho avuto pochissimo tempo di leggere autori che vanno per la maggiore e che sento vicino. In genere cerco di non tralasciare la documentazione del magistero, per esempio sui giornali di oggi (17 settembre ndr) c’è la prolusione del Cardinale Ruini e del Consiglio permanente della Cei, che devo leggere prima di stasera, se no, non sto tranquillo… speriamo però che me lo permettono”.
Cosa le piace di più in una persona?
“In una persona mi piace tantissimo lo sguardo e la discrezione, cioè la misura. Quella è la cosa più bella. Quello dice tutto. In genere non ho avuto mai problemi nel tratto umano, con il contatto con le persone. Quando c’è stato qualcosa che non è andato con qualcuno, mi sono riferito sempre al futuro. Uno una volta mi ha detto: “Ma tu mi hai trattato male!” , ed io gli ho risposto: “Ma guarda, io ti voglio bene, il tempo è galantuomo e te lo dimostrerà”. Infatti, poi, siamo andati avanti e quest’amico s’è accorto che avevo ragione”.
Cosa, invece, se c’è, che la irrita?
“Mi da fastidio il fatto che uno cerca di far capire palesemente una cosa e l’altra persona fa finta di nulla… e poi la non curanza e la non attenzione verso gli interessi della collettività”.
Ha degli hobbies particolari?
“Quando ho, anzi, quando avevo un po’ di tempo libero, lo passavo a fare qualche passeggiata in montagna, oppure a correre, cosa che ho fatto fino a qualche giorno fa, un po’ di sport, specialmente calcio, sempre con discrezione… e suono la fisarmonica, anzi, con piacere ricordo che da ragazzo, venivo ad Anagni, con don Agostino Santucci, che all’epoca era cappellano dei detenuti e in piazza delle Carceri, (ora piazza della Pace, presso il Palazzo Comunale ndr) suonavo e mi esibivo per loro”.
Cosa si auspica e cosa si aspetta dai giovani della diocesi?
“Il Papa chiama i giovani le sentinelle del mattino, quindi la sentinella è uno che ha il compito di stare sveglio e di tenere svegli anche gli altri. Poi i giovani sono quelli che fiutano tutto il futuro, quindi, mi aspetto che agli input che hanno avuto dal Vescovo Lambiasi e che avranno anche da questa nuova situazione, rispondano prontamente e soprattutto che guardino all’Amico per eccellenza dei giovani, Gesù Cristo. I Vescovi, i preti cambiano, cambiano le situazioni… solo Gesù è il grande Pastore, noi ci mettiamo tutti nelle sue mani e nelle sue mani mettiamo anche questa bellissima diocesi”.


Sante de Angelis

 

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