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INTERVISTA AL MAESTRO GISMONDI PER HUMILITAS PDF Stampa E-mail

Chi arriva ad Anagni, non lontano da Frosinone, per vedere la splen­dida Cattedrale e il singolare Campanile, col Palazzo Pontificio e la “Sala dello schiaffo” e tutto l’antico centro storico, trova una sorpresa in più: l’abitazione e lo studio di un artista contempora­neo, scultore e medaglista tra i maggiori che abbiamo, che tra l’al­tro si è potuto vantare di essere stato il terzo artista nella storia, dopo Michelangelo e Canova, ad aver ricevuto nel suo studio un papa, ed esattamente Giovanni Paolo II il 31 agosto 1986: Tommaso Gismondi, che lo scorso 26 aprile, alla veneranda età di 97 anni, ha raggiunto la Casa del Padre. Il 28 agosto, il Maestro avrebbe compiuto 98 anni.
Proprio, qualche tempo prima, della dipartita, mi venne l’idea di incontrare il Maestro e fargli un intervista per la rivista “Papa Luciani Humilitas”, di Belluno, in quanto, lui, fu l’autore delle monete e delle medaglie delle due “Sedi vacanti” del 1978, quindi, uno dei “protagonisti” di quei momenti, che furono la morte e la elezione di due Papi. Un testimone, quindi, degli avvenimenti che accaddero venticinque anni orso no, vissuti in prima persona. Con un modo di fare rapido e incisivo, con occhi limpidi e capelli bianchi, Tommaso Gismondi ci ricevette, seppur un po’ stanco, tra le opere esposte nello studio e quelle in fab­bricazione. Ci sono sagome di Papi (da Pio XII in poi), Cardinali e Vescovi in plastilina, cavalli, bozzetti per medaglie, schizzi.
Accettò volentieri di fare due chiacchiere, con il sottoscritto, che più di ogni altra persona, lo ha conosciuto bene e da vicino, in quanto dal 1993 al giorno del trapasso, è stato suo addetto stampa e cerimoniere. Questa è l’ultima intervista, concessa dal Maestro Tommaso Gismondi, per una testata giornalistica, che ripropongo volentieri per il quotidiano “La Provincia”.
Da dove veniva, anzitutto, questo scultore che ha coniato per otto anni consecutivi le monete vaticane, che ha realizzato portali al Sacro Cuore a Parigi, alla Biblioteca e all’Archivio Segreto del Vaticano e tante altre opere sparse in ogni angolo del globo? Veniva da Anagni, naturalmente, dove visse l’infanzia; ma poi sedicen­ne, dovette riparare a Roma con la famiglia. Suo padre, che era calzolaio, era infatti malvisto dai politici del tempo. “Finimmo a Torpignattara – ci ricordò il Maestro - che allora era campagna con poche casupole ed io dovevo andare tutti i giorni a piedi fino all’Istituto “Leonardo da Vinci” a via Cavour”.
E così, andando a mangiare il panino portato da casa sotto gli archi del Colosseo e camminando a piedi su e giù per Roma, il giovane Gismondi, si innamorò  di Roma e dell’arte classica. Soprattutto del­la scultura. Smette la scuola e comincia a studiare l’arte, soprattutto i classici. “Solo quelli – ci teneva a dire - potevano insegnare qualcosa di veramente utile. Anche perché, pure in quegli anni, l’ambiente dell’arte uf­ficiale era dominato dalla politica e specialmente dalla massoneria; ed io ho voluto sempre restare al di fuori di questi traffici. Ho fat­to sempre la vita di quello che sta vicino ai quadri e lavora sette giorni su sette, non uno su sette per dedicare gli altri sei a club, ai critici, eccetera”. “Ho studiato due anni ai Musei Vaticani e due a quello capitolino e poi ho cominciato a fare lo scultore. Vita dura anche perché ho volu­to mirare in alto. Se mi sono sbagliato o no nessuno lo può dire: solo il futuro. Solo l’acido del tempo toglie le scorie e lascia il metallo buono”.
Ecco l’intervista integrale.
Maestro, Lei ha avuto l’onore e la fortuna di lavorare e conoscere i Papi del secolo appena passato, pochi artisti nella storia contemporanea si possono vantare di questo, che cosa ci può dire in proposito?
“La fortuna di cui parli è semplicemente esteriore, Giovanni Paolo II è venuto molto gentilmente a trovarmi nel mio studio, ma io non sono mai andato a rincorrere a tali privilegi, non sono un furbo in questo senso, né ho mai avuto spinte politiche o di critica, penso di aver dato molto di più di quello che ho ricevuto materialmente. Non scelgo mai la strada della popolarità o della ricchezza spicciola, al limite mi piace pensare che alcune mie opere staranno dove so­no per l’eternità, questo è il vero successo. Nel 1971 ebbi l’opportunità di creare i modelli per le monete che an­nualmente lo Stato Vaticano conia per la Santa Sede appoggiandosi al­la Zecca Italiana. Dopo decenni di lunga tradizione che voleva l’ef­fige del Papa su uno dei due lati della moneta, Paolo VI nel suo ottavo anno di pontificato rifiutò questa consuetudine. Al posto dell’effige inserii da una parte lo stemma papale, e nelle otto facciate riunii ed eternai otto simboli del cristianesimo. La serie fu notevolmente apprezzata nel mondo della numismatica, la Santa Sede usufruirà degli stessi modelli per otto anni consecutivi. Quando il 6 agosto 1978, morì Papa Montini, il Vaticano mi incaricò di creare anche la moneta e la medaglia per la Sede vacante, che pur­troppo venne di nuovo emessa, con qualche piccola modifica, neanche un mese e mezzo più tardi, quan­do il nuovo Papa Giovanni Paolo I, venne trovato morto, dopo trenta­trè giorni di Pontificato”.
Ha qualche ricordo particolare di quel periodo? Incontrò Papa Luciani?
“All’epoca dell’elezione e morte di Papa Luciani, avevo settantadue anni.  Ricordo con piacere e con commozione la Cerimonia di inizio di Pontificato a cui partecipai come invitato dalla Segreteria di Stato. Con la Prefettura della Casa Pontificia, e precisamente con monsignor Dino Monduzzi, presi accordi per avere una udienza con il nuovo Papa, anche per presentargli dei bozzetti che avevo realizzato per eventuali future monete vaticane, purtroppo con rammarico da parte mia, non ce ne fu il tempo materiale, dovuto all’i­naspettata morte del Pontefice. Realizzai allora un bassorilievo che raffigura papa Luciani, intento a benedire il popolo con il Vangelo, in quanto fui subito conquistato dalla semplicità di vita del nuovo Papa. Penso, che avrebbe rivoluzionato la Chiesa, ed un assaggio l’aveva dato abolendo la tiara, la se­dia gestatoria ed il plurale majestatis”.
Maestro, molti critici, hanno detto che fin dall’inizio della sua carriera ha sentito una particolare attrattiva per i soggetti sacri, è vero?
“Si, la mia ispirazione è religiosa, prima di tutto mi ritengo un ar­tista religioso nel senso profondo della parola. Credo in Dio, sono cattolico, senza problemi o sofismi, come hanno creduto i miei vecchi, come mia madre, come le generazioni dei credenti semplici. Credo in Dio, nel Vangelo, quello annunciato da Gesù. La mia arte - cioè il mio lavoro, che è un po’ come un talento, cerco di utilizzarlo, di metterlo a frutto - si orienta naturalmente verso la nascita e la mor­te, dove si concentra il senso religioso della vita. Credo anche all’arte religiosa, perché penso che la religione è stata un grande incentivo per l’arte, la più grande forza ispiratrice; e poi credo anche che la religione abbia ricevuto dall’arte un aiuto a farsi capire, ad esprimersi”.

Sante De Angelis

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