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INTERVISTA A S.E. MONS. LORIS CAPOVILLA PDF Stampa E-mail

Un viaggio nel bergamasco sulle orme del beato Papa Giovanni XXIII al secolo Angelo Giuseppe Roncalli. Ad effettuarlo in questi giorni è stato Sante De Angelis, Presidente della Accademia Bonifaciana di Anagni e Postulatore delle Cause dei Santi, che si è recato a Sotto il Monte per incontrare l’Arcivescovo mons. Loris Francesco Capovilla, già segretario del “papa Buono”, che da quando ha lasciato la prelatura di Loreto, vive nella villa di Ca’ Maitino, che dal 1925 al 1958 divenne dimora estiva dell’allora vescovo e poi patriarca Roncalli ed ora adibita gran parte a museo permanente dedicato al Beato papa Giovanni, dove si possono ammirare i suoi abiti pontificali, patriarcali, oggetti e quant’altro il suo segretario ha gelosamente conservato durante tutti questi anni. L’incontro tra monsignor Capovilla ed il Presidente De Angelis, è durato oltre due ore, trascorse in un cordiale colloquio-intervista e nella rievocazione di alcuni ricordi ciociari del Prelato, conclusosi con la consegna del Premio Nazionale Bonifacio VIII e di alcune pubblicazioni. “Sono molto attaccato alla Ciociaria, tempo fa, quando il Pontificio Collegio di Anagni, era retto ancora dai gesuiti, sono stato al Leoniano a parlare ai seminaristi… ma ricordo in maniera affettuosa ed amichevole il vostro Vescovo mons. Enrico Romolo Compagnone e la visita, che insieme al papa Paolo VI, essendo stato suo segretario particolare per quattro anni, effettuammo a Ferentino, a Fumone e ad Anagni. In quell’occasione il Papa – ha detto Capovilla – fece un discorso memorabile sulla figura di Celestino V e di Bonifacio VIII, che come Pontefici, ci richiamano alle origini della Chiesa, all’investitura data da Nostro Signore a San Pietro e ai suoi Successori: dobbiamo meditare su questa continuità apostolica, disse il Santo Padre, che supera vicende le quali sembrano le meno propizie e si perpetua fino a noi e nei secoli avvenire perché c’è il dito di Dio, una presenza divina nella Chiesa… Poco tempo fa, ho avuto modo di conoscere anche il vostro Vescovo Emerito monsignor Luigi Belloli, che vive ad Inveruno. L’occasione è stata la celebrazione della messa in suffragio di Mons. Pasquale Macchi, mio successore a Loreto e segretario particolare di Papa Montini, che con il confratello Belloli, è stato compagno di ordinazione. Monsignor Luigi, è una persona davvero eccezionale, colta, umile e so che fa molto del bene alla diocesi milanese… Da Anagni, siete venuto fin qua su per conoscermi di persona e per omaggiarmi del vostro riconoscimento intitolato a papa Bonifacio VIII – ha continuato l’Arcivescovo – ciò mi lascia interdetto e stupito, perché non riesco ad immaginarmi inserito tra personaggi di prestigio accademico e istituzionale che nel corso di questi hanno ricevuto il vostro Premio. Trascorro i miei giorni nella serena pace, in questa casa abitata per tanti anni da papa Giovanni, durante le sue ferie… Ringrazio Lei che ha suggerito il mio nome ed il Consiglio dell’Accademia a cui mi preme esternare ammirazione per ogni iniziativa finalizzata a comunione di intenti nel servizio della verità e della fratellanza. La prego caro Presidente di estendere, quando tornerà nella sua splendida città, il mio saluto fraterno ed affettuoso al Vescovo di Anagni-Alatri mons. Lorenzo Loppa e alla Civica Amministrazione e a tutti coloro che collaborano con la sua valente Istituzione”. Don Loris, come ama farsi chiamare, è nato in Pontelongo in diocesi di Padova nel 1915. Fu ordinato sacerdote il 23 maggio 1940 e incardinato nel clero del patriarcato di Venezia: prestò poi servizio pastorale come cappellano militare durante la seconda guerra mondiale e dopo l' 8 settembre 1943 collaborò con la Resistenza partigiana; iniziò poi a lavorare alla curia patriarcale ed Angelo Roncalli (il futuro papa Giovanni XXIII), eletto alla sede di Venezia nel 1953, lo scelse come suo segretario personale. Dopo l'ascesa al soglio di Pietro di Roncalli, Capovilla mantenne il suo incarico e lo seguì a Roma: rimase il suo più stretto collaboratore per tutto il suo pontificato (fino al 1963) partecipando anche ai lavori del Concilio Vaticano II. Il successore di Giovanni XXIII, papa Paolo VI, dopo averlo avuto per quattro anni suo segretario particolare, lo elesse Arcivescovo di Chieti e Vasto il 26 giugno 1967 e lo ordinò il 6 luglio successivo: introdusse nella diocesi le riforme del Concilio, ma fece sempre prevalere la componente meditativa e profetica e l'attenzione ai problemi sociali sulla dimensione strettamente ecclesiale ed operativa. Il 25 settembre 1971 venne trasferito alla sede titolare in partibus infidelium di Mesembria (che fu già di Roncalli, quando venne nominato Delegato apostolico in Grecia e Turchia) e venne nominato Prelato di Loreto, con il titolo di Arcivescovo: in tal veste, lottò contro il devozionalismo che caratterizzava la fede dei frequentatori del santuario della santa casa, uno dei più importanti in Europa, e si impegnò a far riscoprire la vera immagine di Maria di Nazareth. Ha abbandonato la Prelatura il 10 dicembre 1988 e si è ritirato a Sotto il Monte, il paese natale di papa Giovanni XXIII, di cui Capovilla è rimasto, per tutti questi anni, un fedele custode della memoria, contribuendo, con lunghe interviste, a trasmissioni televisive e a documentari storici. Può essere considerato, a tutti gli effetti, la memoria vivente di Papa Giovanni XXIII. La sua anagrafe ecclesiale registra sessantasette anni di sacerdozio - dei quali dieci accanto a Giovanni XXIII come segretario - e quaranta da vescovo. Quella civile ne segna novantadue il prossimo 14 ottobre, portati splendidamente. A Ca' Maitino, luogo per eccellenza delle memorie roncalliane nel suo paese natale - Sotto il Monte, in provincia di Bergamo - incontriamo monsignor Loris Francesco Capovilla, da mezzo secolo sotto i riflettori, suo malgrado. Scriviamolo subito: Capovilla generalmente non si sottrae alle interviste. Però non ama confessare nulla di sé. E finisce per parlare sempre e solo di papa Giovanni: “Mi ha chiesto, quale carisma sovrastasse su tutti gli altri in questo Successore di Pietro, figlio della campagna bergamasca, incontestabilmente ammirato per la sua umiltà e semplicità, la sua obbedienza e la sua dedizione al dovere, non esiterei un attimo: l’amore. Durante tutta la sua esistenza egli si è lasciato sedurre dal carme declamato da san Paolo ai Corinti, assimilandole i singoli passaggi da una vetta all’altra, verso la conquista della cima più alta. Nella sua Bergamo e in Italia, nel Medio Oriente e in rancia, a Venezia e in Vaticano, Giovanni XXIII, ha effuso amore specialmente nei tempi dell’ira, irradiandone il calore, coltivandone la fioritura ovunque si manifestasse, confermando con la sua personale testimonianza che nel mondo c’è amore più che non si voglia ammettere, persino nelle situazioni angosciose, determinate da faide familiari e sociali, terrorismi e guerre. Quando nei giorni di pentecoste 1963, egli agonizzava, si verificò attorno al suo letto un calore di unità che non so a quale altro momento del cristianesimo possa essere messo a confronto. Il successo di Papa Giovanni  continua – sia nel ministero sacerdotale dei suoi primi anni, sia nel servizio episcopale e papale, sfociato nell’accoglienza cordiale delle sue conversazioni al caminetto e dei suoi messaggi pastorali è incastonato come perla preziosa in un omelia di San Giovanni Crisostomo, da lui illustrata nel Giornale dell’Anima, nel quale sono raccolte le espressioni immediate, candide e pie della sua intima cronaca spirituale. Papa Roncalli, è rimasto tra noi, e noi parliamo di lui, non come di personaggio collocato in una nicchia o negli archivi, ma come di padre sollecito e pastore soccorrevole dipartitosi appena l’altro ieri dalla consuetudine di vita col suo gregge. A quarantonove anni dall’elezione, a quarantaquattro dalla morte, egli continua a suscitare interesse, simpatia dentro e fuori la Chiesa cattolica, ed incoraggia al buon cammino i suoi ammiratori e devoti”. Con noi, ha fatto una piccola eccezione, infatti, il nostro colloquio è andato ben oltre le memorie “roncalliane” e gli abbiamo chiesto, quindi, di lasciar spazio ai “suoi” ricordi, con semplicità. A cominciare da lontano. «Devo la mia formazione innanzitutto a mia madre - racconta - donna forte, solida, ligia ai principi e ai valori, religiosa; poi all'Azione cattolica. Iscritto nel 1926, ricordo che la tessera di quell'anno recava la firma dell'avvocato Raffaele Jervolino».
Come ricorda l'inizio della sua vita sacerdotale?
«Sono stato ordinato nella Basilica della Salute a Venezia dal cardinale Adeodato Giovanni Piazza il 23 maggio 1940, Corpus Domini. Con me dieci compagni: tutti passati all'altra riva, che ricordo con tenerezza. Di lì a poco l'entrata in guerra dell'Italia. Mentre pregustavo la gioia della prima Messa cantata nel duomo di Mestre, gli anglo-americani scatenarono il primo bombardamento su Mestre-Marghera e la festa andò in fumo...».
I primi incarichi?
«Monsignor Ettore Bressan, rettore del seminario, voleva farmi proseguire gli studi. Nel frattempo mi affidarono diversi impegni: coadiutore a San Zaccaria, catechista al "Paolo Sarpi", cerimoniere capitolare a San Marco, assistente diocesano degli studenti medi. Due anni dopo mi proposero l'incarico di cappellano militare. All'ordinariato, a Roma, mi destinarono all'Armir, corpo di spedizione in Russia, ma all'ospedale militare di Mantova mi ritennero inadatto e fui dirottato all'aeroporto di Parma per l'assistenza religiosa ad allievi ufficiali e avieri, ma diedi una mano anche al seminario minore, nella direzione spirituale dei ragazzi, su incarico del vescovo Colli».
C'è ancora chi ricorda quando lei salvò degli avieri dalla deportazione facendoli uscire dalla cittadella come suoi collaboratori o quando nell'hangar dell'aeroporto davanti ai tedeschi usò parole coraggiose sulla fedeltà alla patria nel disorientamento dopo la rottura dell'alleanza con la Germania...
«Lo so. E mi è motivo di conforto, specie pensando ai giorni mesti dell'armistizio dell'8 settembre '43. Ritornato a Venezia a dicembre, pagai lo scotto del servizio con tre anni di malattia. Per tenermi occupato mi fecero cappellano dell'ospedale per gli infettivi a S. Maria delle Grazie in mezzo alla laguna, poi avevo l'impegno alla Rai: commento festivo del vangelo e saltuari servizi religiosi. Sino al 1953...».
Sono gli anni in cui fa il giornalista, sino all'incontro con il patriarca Roncalli?
«Non ho frequentato scuole, né avuto maestri, né fatto esperienze particolari per questa professione. Nel 1949 il patriarca Carlo Agostini mi designò alla successione del direttore della Voce di San Marco don Mario Greatti. All'obiezione circa la mia incompetenza sorrise e mi indusse ad accettare. Poi mi addossò anche la pagina locale quotidiana dell'Avvenire d'Italia affiancandomi un universitario colto: Tito Cortese. Proprio allora acquistai a rate, in Bacino Orseolo, una Olivetti 22. La direzione era ospite di uno sgabuzzino messo a disposizione dalle sorelle Cavagnis, proprietarie della Tipografia San Marco. Mio punto d'appoggio era il Servizio informazioni settimanali, il Sis, diretto da don Fausto Vallainc. In uno scatolone del mio archivio, conservo le mie conversazioni domenicali alla Rai di Venezia molte travasate nel settimanale. Povera cosa, ma che documentano l'ansia materna della Chiesa, il rifiuto della retorica e della violenza, la tensione al dialogo negli anni 1945-53».
Quel dialogo che poi ha imparato a declinare come servizio: alla scuola del patriarca Roncalli che la vuole accanto nel 1953 e poi alla scuola di lui Papa.
«Mia strategia di servizio era ed è con tutti il fraterno invito alla memoria, non alla mitizzazione; alla riconoscenza, non al lamento; allo sguardo fisso alla stella polare del nostro tempo, il Concilio Vaticano II, non da commemorare ma da attuare con la fede, la fiducia e la speranza di Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI».
Sta elencando i Papi della sua vita...
«Quelli sono otto per me. Avevo sei anni e tre mesi quando vidi in mano a papà La Domenica del Corriere con la copertina sull'esposizione della salma di Benedetto XV in San Pietro disegnata da Achille Beltrame. Trascorsi gli anni di seminario durante il pontificato di Pio XI. Quanto a Pio XII nel 1942, monsignor Luigi Figna, vice assistente nazionale della Gioventù Cattolica, mi presentò a lui come cappellano militare in partenza per la Russia. Pio XII ebbe parole soavi ed incoraggianti. Lo rividi più volte durante l'episcopato veneziano di Roncalli. Non posso dimenticare i suoi tanti segni di benevolenza e stima per Roncalli. Che a sua volta lo venerava e l'11 ottobre 1958 nell'elogio tessuto in San Marco gli applicò parole evangeliche: "Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti"».
Papa Paolo VI?
«Montini, mi volle presso di sé nell'anticamera pontificia per un quadriennio, mi ordinò vescovo con le sue mani e mi ricolmò di paterna affezione. Il 21 giugno 1963, poche ore dopo la sua elezione, mi chiamò e mi disse con parole gravi e solenni: "In questa stanza le ho detto grazie da cardinale la notte del 31 maggio; adesso glielo ripeto da Papa. E mi preme dirle che se ho accettato questo immenso peso è stato solo per continuare l'opera avviata da papa Giovanni"».
E Giovanni Paolo I?
«Mi fu familiare dai miei anni veneziani. Patriarca di Venezia mi volle alcune volte a parlare al clero e al popolo. Avendo un giorno detto in pubblico che deponevo la penna e mi ritiravo nel mio castello interiore, mi scrisse commentando amabilmente: "Monsignore, non lasci cadere la penna. Lei è testimone, ha il dovere di testimoniare"… Luciani era un innamorato di papa Giovanni, che volle nominarlo Vescovo di Vittorio Veneto e consacralo con le sue mani in San Pietro nel dicembre 1958, non ci fu un discorso di Luciani da papa, per non parlare di quelli da patriarca, che non ricordava Roncalli».
Siamo a Giovanni Paolo II.
«Lo conobbi agli inizi del Concilio, accanto al cardinale Wyszynski. Ebbi un primo incontro con lui Papa a Castel Gandolfo nell'agosto del '79. Gli parlai di Giovanni XXIII, del Sinodo Romano, del Concilio e di altro, non sottacendo momenti di grave sofferenza. Lui commentò: "Papa Giovanni è stato un profeta. I profeti soffrono. Ciononostante egli ha avuto ragione e noi viviamo ora l'era nuova da lui inaugurata"».
Lei ha conosciuto anche Benedetto XVI?
«Da Papa ancora non ho avuto l’onore di incontralo, ma prima del pontificato lo ebbi ospite a Loreto nel corso di una sua peregrinazione mariana. Parlammo a lungo dell'itinerario conciliare. E seppi che il discorso del cardinale Josef Frings a Genova nel '60 su invito del cardinale Siri lo aveva steso lui. Mi rivelò che in una successiva udienza a Frings il Papa lodò quel discorso dicendo di sentirsi perfettamente capito. Mi parlò anche della morte di Giovanni XXIII, notizia appresa mentre viaggiava in treno riferendomi i commenti commossi dei viaggiatori senza distinzione di confessione religiosa...».
Carità e verità sono due ali necessarie per far continuare a volare il Concilio, la forza dello Spirito... Però sul Vaticano II non sono un mistero letture divergenti. Che ne pensa?
«Io rifletto su quel "rinnovato invito" che significava per Giovanni XXIII più d'una cosa. Immettersi nella corrente di preghiera e di timidi approcci, avviati o consentiti dai predecessori e nel terreno dell'ecumenismo spirituale. Incarnare l'unum sint di Gesù, per approdarvi nei tempi e nei modi ispirati dall'Alto. E mettersi in cammino. Lungo forse un millennio, come segnalò Mauriac la sera dell'11 ottobre 1962. Già nella bolla di indizione Humanae salutis, del Natale 1961, c'era tutto: fortificare la fede, rimirare la propria stupenda unità, dare maggiore efficienza alle strutture. E poi c'è il discorso di apertura dell'11 ottobre 1962: Giovanni XXIII prende le mosse dal Credo niceno-costantinopolitano e invita i Padri ad avviare i lavori portando con sé tutto il patrimonio della rivelazione e della tradizione, tutta la dottrina dei Concili».
È in questo modo che si deve tornare a dialogare?
«Pochi di noi sono abilitati a questo arduo esercizio. Il dialogo è consuetudine di dibattiti pacati e prolungati, finalizzati non alla resa incondizionata degli altri, ma alla crescita di tutti gli interlocutori. Presuppone chiarezza di intelletto, bontà, sincerità, fiducia».
Oggi, però, il dialogo deve fare i conti con problemi nuovi, più complessi: la violenza da fronteggiare, l'identità che non può essere calpestata... Quale testimonianza?
«Nella mia camera più intima ho appeso le fotografie dei sette monaci di Tibhirine, i trappisti rapiti e trovati sgozzati il 30 maggio 1996, sepolti nel giardino del monastero, là dove avevano piantato semi di fede, di speranza e di amore. Sette martiri, testimoni di amore al Dio dell'alleanza e all'alleanza da lui stabilita con l'umanità. Li guardo e penso che si può credere che l'amore è più forte dell'odio, la vita più forte della morte. E penso che ciò che è impossibile agli uomini è possibile a Dio...».
Eccellenza, nessun rammarico o amarezza?
«Anche quelli. Ieri come oggi. Ma quando accade, rammento le estreme parole di papa Giovanni: "Abbiamo molti amici, ne avremo anche di più". Parole che infondono coraggio a procedere con fiducia, in comunione, disposti anche al martirio della pazienza...».
Questo lungo e cordiale colloquio, si è concluso con la consegna da parte del Presidente De Angelis della scultura bronzea realizzata dal Maestro Egidio Ambrosetti, rappresentante il Premio Nazionale Bonifacio VIII e di alcune pubblicazioni del mensile “Il Bonifacio”. Monsignor Capovilla, ha ricambiato con la dedica di alcuni libri su Roncalli, una foto autentica ed inedita del “suo” Papa “che non troverà in giro!” e la consegna di una piccola reliquia del Beato Giovanni XXIII.

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