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Lectio del Cardinale Vicario Agostino Vallini, per il Conferimento del Premio Internazionale Bonifacio VIII e per l'inagurazione dell' Anno Accademico 2014/2015 dell’Accademia Bonifaciana PDF Stampa E-mail
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Eccellenza, Signor Sindaco, Signor Presidente e Membri dell’Accademia Bonifaciana, Distinte Autorità Signore e Signori! Il mio saluto più cordiale a tutti loro.

Ringrazio sentitamente l’Accademia Bonifaciana e il suo Presidente, Cav. Sante De Angelis, per la benevolenza di conferire a me il Premio Internazionale Bonifacio VIII. Sono grato di questa onorificenza, che considero un gesto di amicizia.

 

 

Come è ben noto, Papa Bonifacio VIII, Benedetto Gaetani, è nato nella vostra cittadina nel 1235, ed è stato Papa dal 23 gennaio 1295 all’11 ottobre 1303. Anagni, oltre ad essere il luogo della sua nascita, è stato anche il luogo dove la sua vita giunse al suo acme drammatico. Ora egli riposa nelle Grotte Vaticane, vicino alla tomba dell’Apostolo Pietro, dopo aver vissuto e sofferto vicende molto travagliate della storia della Chiesa. Gli storici ci dicono che fu un uomo dalla "intelligenza acuta, conoscenza del mondo, esperienza negli affari, intrepido ardimento, volontà ferrea e straordinaria capacità di lavoro"[1]. Bonifacio VIII è il papa che ha indetto il primo Giubileo (1300), che incoraggiò l'attività missionaria verso l'Oriente da parte degli Ordini religiosi, in particolare dei Frati Francescani e Domenicani, l’impegno per la Terra Santa, in cui avrebbe voluto ripristinare le condizioni per il culto cristiano, anche se le vicende che dovette affrontare non gli consentirono di realizzarlo. E’ il papa delle compilazioni canoniche (Liber sextus). Nel campo della cultura, questo Papa ha avuto il grande merito, poco prima della sua morte, di aver istituito l'Università di Roma[2], oggi intitolata alla "Sapienza"; ma soprattutto Bonifacio VIII ha difeso strenuamente la libertà della Chiesa nei confronti dei potenti del tempo per lo svolgimento della sua missione spirituale a servizio del Popolo di Dio.

Certo, la visione e la dottrina ecclesiologica del suo tempo presentano marcate differenze con la visione e la dottrina sulla Chiesa di oggi. Siamo nel tredicesimo secolo e a seguito della riforma di papa Gregorio VII, il cui obiettivo era quello di restituire alla Chiesa la sua spiritualità, la libertas Ecclesiae era il principio teologico-giuridico in nome del quale i papi riformatori affermavano la cessazione della tutela e delle ingerenze del potere laico. La fermezza del potere ecclesiastico portò a quel grande conflitto che prese il nome di “lotta delle investiture” e alla concezione della superiorità del potere spirituale della Chiesa sul potere temporale, con la facoltà della Santa Sede di giudicare i rappresentanti del potere politico ove li avesse riconosciuti colpevoli. Una giurisdizione ierocratica per combattere abusi e soprusi con la supremazia della Chiesa sullo Stato, che durò in tutto il Medioevo. La Bolla Unam sanctam di Bonifacio VIII (1302) contro Filippo il Bello fu la formulazione compiuta della teoria della "plenitudo potestatis"'.

Non dobbiamo dimenticare che la formazione di questo Papa fu prevalentemente giuridica, grazie agli studi compiuti a Spoleto, Perugia e Bologna, e alla lunga esperienza nella Curia Romana. È comprensibile, pertanto, che la sua attenzione fosse spiccatamente rivolta alla difesa dei  diritti della Chiesa, in particolare di quelli del Romano Pontefice.

In questo contesto storico sono da collocare le vicende vissute dal Papa proprio qui ad Anagni, alla vigilia della scomunica comminata a Filippo il Bello, re di Francia, l’8 settembre 1303, allorchè avvenne l’ingresso nella vostra cittadina di mercenari guidati dal cancelliere di Francia Guglielmo di Nogaret e da Sciarra Colonna, con l’intento di costringere il papa alle dimissioni. Il papa oppose un coraggioso rifiuto. Di qui la violenta reazione di Sciarra Colonna, che avrebbe voluto uccidere il papa, ma fu trattenuto dalla reazione del popolo di Anagni, che cacciò gli intrusi. Ed è proprio in quel frangente che avviene l’episodio passato alla storia con il nome di “schiaffo” di Anagni.

Ma ci fu veramente uno «schiaffo di Anagni»? Nessuno dei contemporanei ne parla. Si trattò molto probabilmente di una invenzione dell’aneddotica storica.

Bonifacio VIII e Filippo il Bello difendevano due diverse concezioni del diritto. Il papa portava alle ultime conseguenze la riflessione teologica e canonistica a lui precedente giungendo ad affermare la dottrina teocratica nel momento in cui gli Stati europei occidentali si organizzavano in istituzioni proprie.

Bisogna riconoscere che la dottrina del potere indiretto non era al passo con i tempi, mentre nella distinzione tra la sfera religiosa e quella politica si costituiva in Europa la concezione dello Stato moderno. Il cammino della Chiesa lungo secoli ha conosciuto evoluzioni positive ma anche numerosi ostacoli. Non sempre ha potuto godere, né trarre profitto dal principio della libertas Ecclesiae, per garantirsi l’indipendenza. Così, nel corso della storia ha dovuto lottare contra sistemi giuridici e politici che minacciavano la sua autonomia spirituale.

Nel secolo scorso un decisivo passo avanti nella riflessione teologica e giuridica della libertà della Chiesa lo ha compiuto il Concilio Vaticano II, che alla base delle relazioni tra la Chiesa e lo Stato ha posto un’immagine della stessa Chiesa purificata dalle incrostazioni storiche. Mi sia permesso di richiamare, per accenni, i presupposti dottrinali, maturati dal Concilio Vaticano II, che oggi sono a fondamento del principio della libertas Ecclesiae in materia di relazioni tra la Chiesa con la Comunità politica.

Il punto di partenza è la concezione della Chiesa-mistero di salvezza, vale a dire che la Chiesa nella sua essenza è la “realtà impregnata della presenza di Dio, e, per conseguenza, di una natura tale che ammette sempre nuove e più profonde esplorazioni di se stessa”[3]. Con queste parole il Beato Paolo VI coglieva una delle particolarità singolari della natura della Chiesa nella linea della dottrina conciliare. Il mistero di Dio, che è Cristo e si attua nella Chiesa, si incarna nel mondo e si fa storia. La Chiesa ha la caratteristica di essere allo stesso tempo umana e divina, come Cristo Verbo Incarnato, così che in lei ciò che è umano è ordinato e subordinato al divino, e il divino si storicizza nell’umano. Questo processo di incarnazione è dinamico, evolutivo, sempre presente nella condizione peregrinante del popolo di Dio e non cessa di rinnovarsi, ma insieme  assume elementi accidentali e terreni con la cosciente consapevolezza di trascenderli incessantemente. In ragione di questo rapporto costitutivo di interdipendenza e interincidenza tra i due elementi, umano e divino, il concetto di Chiesa si connota per la sua relativa forma storica. Ogni epoca ha avuto e avrà un’immagine di Chiesa, elaborata sulla base del grado di penetrazione del suo mistero. “Quale paradosso – esclama H. De Lubac – nella sua realtà, questa Chiesa, in tutti i suoi aspetti contrastanti! Quante irriducibili immagini ce ne offre la storia! In... venti secoli, quanti mutamenti sono sopravvenuti, nel suo comportamento, quanti strani sviluppi, quante svolte, quante metamorfosi!”[4]. Ciò spiega conseguentemente i modi e i sistemi giuridici di rapportarsi della Chiesa con le realtà umane nelle varie epoche, e in particolare con le comunità politiche.

Pertanto, se nei primi secoli la coscienza viva della comunità cristiana, in attesa della speranza escatologica e sotto la spinta delle persecuzioni, era quella di essere e di vivere la comunione spirituale, prendendo le distanze dalla società pagana, con l’Editto di Milano prima (a. 313) e Tedosio poi, la Chiesa entra, per così dire, in simbiosi con la società civile. L’impero l’attira nel proprio ambito: Ottavio di Mileto dirà: “Non enim respublica est in Ecclesia, sed Ecclesia in republica, id est in imperio romano”. All’immagine della Chiesa-mistero si sostituisce quella della Chiesa-impero, in cui il rapporto sacerdozio-regno diventa sempre più il criterio in base al quale configurare non solo l’immagine della Chiesa ma anche i rapporti con la società civile. Così dal sec. IV fino al Concilio Vaticano II, lungo l’arco della cosiddetta “era costantiniana” il sistema di relazioni, con alterne vicende e vari sistemi giuridici, è risultato sostanzialmente impostato su una serie di principi in cui l’ordine temporale era strumentalmente a servizio di quello spirituale, perché la salus animarum determinava l’interesse prevalente, in quanto la vita terrena dei singoli e della comunità sociale mirava al conseguimento di quella eterna.

Il Vaticano II, spostando l'accento dall'ecclesiologia societaria (la Chiesa come «societas perfecta») all'ecclesiologia di comunione (la Chiesa come «popolo di Dio in cammino nella storia»), ha sviluppato una concezione del tutto nuova dei rapporti tra la Chiesa e la comunità politica, articolata in una serie di proposizioni che rapidamente possiamo così richiamare:

l’autonomia dell’ordine temporale da quello spirituale, riconoscendo al primo una sua intrinseca positività, secondo leggi e valori propri conformi al volere del Creatore e non nel senso che “le cose create non dipendono da Dio”, perché “la creatura senza il Creatore svanisce” (GS, 36);

la Chiesa ha in fine essenzialmente religioso e spirituale autonomo che l’ordine temporale deve riconoscere e tutelare in un regime di libertà religiosa, che consiste nel fatto che “tutti gli uomini devono essere immuni dalla coercizione da parte di singoli, di gruppi sociali e di qualsivoglia potestà umana, così che in materia religiosa nessuno sia costretto ad agire contro la sua coscienza, né impedito, entro debiti limiti, in conformità alla sua coscienza privatamente o pubblicamente, in forma individuale o associata” (D.H. 2). Un diritto che “si fonda nella dignità della persona umana che deve essere riconosciuto nell’ordinamento giuridico della società così che divenga un diritto civile” (DH, 2).

Ai laici cristiani spetta di “cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio” (LG, 31). Essi sono chiamati a “contribuire, quasi dall’interno e a modo di fermento, alla santificazione del mondo mediante l’esercizio della loro funzione propria e sotto la guida dello spirito evangelico… a rendere visibile Cristo agli altri, principalmente con la testimonianza della loro vita … Ad essi dunque spetta di illuminare e ordinare tutte le realtà temporali, alle quali essi sono strettamente legati, in modo che siano fatte sempre secondo Cristo “ (LG, 31). In concreto, secondo la dottrina conciliare, i cristiani laici devono assumere “l’istaurazione dell’ordine temporale come compito proprio ed in esso, guidati dalla luce del Vangelo e dal pensiero della Chiesa e mossi dalla carità cristiana, operino direttamente ed in modo concreto; occorre che come cittadini cooperino con gli altri cittadini secondo la specifica competenza e sotto la propria responsabilità, e che cerchino dappertutto e in ogni cosa la giustizia del Regno di Dio. L’ordine temporale deve essere instaurato in modo che, nel rispetto integrale delle leggi sue proprie, esso sia reso ulteriormente conforme ai principi della vita cristiana e adattato alle svariate condizioni di luogo, di tempo e dei popoli” (AA, 7)[5].

In quanto istituzione la Chiesa non pretende di esercitare alcuna influenza ed interferenza sugli Stati, desiderando regolare i loro rapporti, in una società plurale, secondo il principio di una “chiara distinzione tra le azioni che i fedeli, individualmente o in gruppo, compiono in nome proprio, come cittadini, guidati dalla coscienza cristiana, e le azioni che essi compiono in nome della Chiesa in comunione con i loro pastori… La Chiesa.. in nessun modo si confonde con la comunità politica e non è legata ad alcun sistema politico”, ma vuole rimanere “il segno e la salvaguardia del carattere trascendente della persona umana. La comunità politica e la Chiesa sono indipendenti e autonome l’una dall’altra nel proprio campo. Tutte e due, anche se a titolo diverso, sono a servizio della vocazione personale e sociale delle stesse persone umane. Esse svolgeranno questo loro servizio a vantaggio di tutti, in maniera tanto più efficace quanto meglio coltivano una sana collaborazione tra di loro, secondo modalità adatte alle circostanze di luogo e di tempo” (GS, 76).

Gli strumenti giuridici che salvaguardano i principi di autonomia e di collaborazione possono essere diversi (es,. intese, concordati, convenzioni, accordi bilaterali, ecc.), ma è diritto della Chiesa “sempre e dovunque, e con vera libertà, … di dare il suo giudizio morale anche su cose che riguardano l’ordine politico, quando ciò sia richiesto dai diritti fondamentali della persona e dalla salvezza delle anime” (GS, 77).

Come è facile considerare, una vera rivoluzione copernicana rispetto al sistema difeso dalla Chiesa all’epoca di papa Bonifacio VIII, ma nella sostanza il principium libertatis Ecclesiae è garantito lo stesso, in un contesto democratico, in cui i cittadini sono i protagonisti delle loro relazioni e le istituzioni civili, organizzazioni giuridico-politiche, o ecclesiali non hanno altro scopo che quello di assicurare ai cittadini-fedeli lo svolgimento della loro vocazione umano-cristiana e alle comunità religiose il libero esercizio della loro missione spirituale.

                                                                                              Agostino Card. Vallini

[1] H. Jedin, Storia della Chiesa, vol. V/1, p. 389.

[2] Studium Urbis con la bolla “In suprema praeminentia dignitatis” del 20 aprile 1303.

[3] Paolo VI, Discorso di apertura della seconda sessione del Concilio Vaticano II

[4] H. De Lubac, Paradosso e mistero della Chiesa, Brescia 1967, p. 11.

[5] Lo ha ribadito, ai nostri giorni, papa Benedetto XVI: «Il compito immediato di operare per un giusto ordine nella società è proprio dei fedeli laici. Come cittadini dello Stato, essi sono chiamati a partecipare in prima persona alla vita pubblica. […] Missione dei fedeli laici è pertanto di configurare rettamente la vita sociale, rispettandone la legittima autonomia e cooperando con gli altri cittadini secondo le rispettive competenze e sotto la propria responsabilità» (Enciclica Deus caritas est, n. 29).

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Vita Accademica

LA BONIFACIANA DONA LE UOVA DI PASQUA PER I FIGLI DEI DETENUTI AL CARCERE DI FROSINONE
In occasione delle imminenti festività pasquali, il Rettore Presidente dell’Accademia Bonifaciana Comm. Sante De Angelis, d’intesa con il Direttore della Casa Circondariale di Frosinone dottoressa Teresa Mascolo, ha voluto donare a nome dell’istituzione che rappresenta centocinquanta uova di Pasqua da destinare ai figli dei detenuti che in questi giorni verranno a far visita ai loro congiunti.

 

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News

IL PRESIDENTE DELLA CORTE COSTITUZIONALE GIORGIO LATTANZI AD ANAGNI PER RICEVERE IL PREMIO INTERNAZIONALE BONIFACIO VIII

“Ritornando dopo parecchi anni ad Anagni, l’ho trovata sempre più bella ed interessante per i ricordi di Bonifacio VIII e poi naturalmente per i suoi monumenti… Inutile dire che ritornerò presto!”. Così, il Presidente della Corte Costituzionale Giorgio Lattanzi, lasciò scritto nell’albo d’oro dei visitatori della Accademia Bonifaciana di Anagni, lo scorso 14 settembre, quando, in forma privata, accolto dal Rettore Presidente Sante De Angelis, visitò la sede in Via Leone XIII, la Basilica Cattedrale e il Palazzo Papale.

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L'Accademia Bonifaciana, ha sede presso il palazzo di Bonifacio VIII di Anagni, da tre secoli custodito dalle Suore Cistercensi della Carità, venne edificato nel XII secolo e in origine appartenne alla famiglia dei Conti. Fu abitato da Papa Gregorio IX (Ugolino Conti) che il pri­mo settembre 1230 vi ospitò Federico II...  Leggi articolo

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