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Il ricordo di Madre Maria Cherubina Seccia, clarissa, innamorata dell'Eucarestia come la sua fondatrice PDF Stampa E-mail
suor maria cherubina seccia
Si è svolta pochi giorni fa la Celebrazione Eucaristica presieduta da S. E. Mons. Lorenzo Loppa, Vescovo di Anagni-Alatri per le esequie di Suor Maria Cherubina (al secolo Rosa Maria) Seccia, Clarissa del Monastero di Santa Chiara di Anagni. Originaria di Barletta, aveva 87 anni, di cui 65 li aveva vissuti tra le mura del monastero anagnino.
 

 

Per tre mandati (24 anni) era stata Abbadessa, ricevendo nella Cappella Cajetani del duomo il 31 agosto 1986 San Giovanni Paolo II in visita pastorale ad Anagni, guidando con amore di madre, ma con determinata fermezza il glorioso monastero presente nella Città dei Papi fin dal 1255, ossia quando il Pontefice Alessandro IV canonizzò nella nostra Cattedrale Chiara d’ Assisi, la pianticella del Serafico Padre e l’iscrisse nell’albo dei Santi. L’ho conosciuta tanti anni fa, la “Madre”, così la chiamavo, avevo 15 anni, ero adolescente e con lei conobbi pian piano tutte e diciotto (allora) monache clarisse. Per molto tempo ero divenuto il ministrante della loro chiesa, quanti ricordi, quante esperienze indimenticabili e quante volte andavo dalla Madre per qualsiasi evenienza spirituale e materiale… Dopo tanti anni, insieme alle attuali consorelle e ai famigliari ci siamo ritrovati per un’ennesima celebrazione esequiale nella bella chiesa nel monastero di Santa Chiara, riportata a nuovo proprio da Madre Cherubina agli inizi degli anni novanta, un monastero che vede affollarsi la comunità del cielo e impoverirsi sempre più quella della terra. Non si smette di appartenere ad una comunità, ad un presbiterio, ad una diocesi, ad una parrocchia, ad una famiglia, all’atto in cui si varca la soglia del cielo. “La nostra patria è nei cieli”, annunci come questi, che nelle orecchie, sul cuore dei nostri padri, avevano immediata comprensione, rischiano di scivolare addosso a noi che viviamo in un’altra dimensione, per cui queste stesse parole rischiano di allontanarsi sempre di più e perdere significato. La nostra patria è nei cieli. Abbiamo pregato per suor Cherubina, che ha varcato la soglia della patria ed è tornata a casa. Siamo stati nella chiesa di Santa Chiara per ravvivare la speranza che c’è un posto anche per noi. Siamo stati dalle clarisse per ridimensionare i disagi che ci legano in questi luoghi e in questi tempi, perché questi luoghi e questi tempi non sono la nostra patria, noi staremo bene in un altro luogo e in un altro tempo senza tempo, in quella patria che Gesù ci ha invitati a guardare, sognare, desiderare come la patria dei cieli. E noi, ancora in quell’Eucaristia esequiale, con le parole di Gesù abbiamo detto: Padre nostro che sei nei cieli. Non è una dimensione astronomica, quella dei cieli, dov’è la nostra patria, ma una dimensione di valore, assiologica. La vita consacrata in tutte le sue forme ha questa caratteristica di tensione, di attenzione, di sofferenza, di nostalgia, per una patria che ci attende, che non fa dormire. E si tratta di una patria di comunione, più legata a relazioni che a situazioni: la relazione col Padre, con Gesù il Redentore, con lo Spirito Santo, con Maria, con i Santi, con i nostri defunti che ci hanno preceduto, con quelli che verranno dopo di noi. La nostra patria è nei cieli. Suor Cherubina ha testimoniato questa semplice verità in tutta la sua lunga vita da consacrata, l’ha testimoniata come clarissa, innamorata dell’Eucarestia, come la sua fondatrice, l’ha testimoniata varcando, in età giovanissima, la soglia del monastero di Santa Chiara. Era l’Anno Santo del 1950. Che cosa abbia spinto suor Cherubina, a scegliere di trascorrere gran parte della sua vita in questo monastero, lo sapremo chiaramente nell’eternità. Azzardo un’ipotesi a cui ho pensato in questi giorni, quando ho saputo della sua partenza per il Cielo. Quale ipotesi, dunque, azzardo per questo passaggio da una vita consacrata (fatta di povertà, castità, obbedienza e clausura), quale idea a un certo punto è sorta nel cuore di suor Cherubina per entrare qui in monastero? Probabilmente, suor Cherubina, in questi anni 65 anni di clausura, dove ha bussato e semplicemente ha dato ascolto a quella voglia di essere di più per il suo Sposo, di essere non nell’Amore, ma di essere l’Amore. E spero che tutti noi, in forme diverse, abbiamo questo desiderio di essere Amore, ma immagino che tanti di noi lo sperimentino come un martirio, perché è un desiderio irrealizzabile qui, perché è più grande del nostro cuore, delle nostre possibilità, delle nostre giornate, dei nostri mesi, delle nostre corse, fino a che non giunge un invito: Ecco lo Sposo, andategli incontro! Quando avverrà per noi, non lo sappiamo, è avvenuto la sera del 25 aprile 2015 per suor Cherubina dopo solo alcune ore di sofferenza, di lontananza dalla sua comunità, in una stanza dell’ospedale di Frosinone. Una monaca di clausura fuori è come un bambino appena nato, che non si rende conto di dove sia capitato, ma per lei, finalmente, il grido che squarcia la notte, che squarcia il cuore e lo ferma finalmente: è Gesù. È quello che si è sognato per tanti anni e che, finalmente, comincia ad essere non solo la misura dei sogni, ma di più. Ecco un orologio, che suona e ci ricorda il tempo, gli orologi suonano anche nei monasteri. E allora tutti noi desideriamo, agogniamo un tempo senza orologi, un amore senza fine, una preghiera senza “Ite, Missa est”. Questo si realizzerà un giorno per noi, questo è già realtà per suor Cherubina. Mi viene in mente la pagina di vangelo, anche un po’ scandalosa, rispetto alle vergini stolte (siamo noi o possiamo diventarlo, esserlo) che non portano con sé olio a sufficienza. Questa parabola non parla dell’oggi, ma dell’ultimo istante, anzi del primo istante dopo l’ultimo istante, quando – ma noi siamo ancora nella condizione ottimale – non potremo più chiedere preghiere agli altri, non potremo dire a una monaca, a una suora, a un prete, a un’amica, ad un amico: prega per me. Spero che lo diciate a tante persone, che bussiate a tanti monasteri per chiedere quest’olio. Suor Cherubina è stata sempre a premere quest’olio che il Vangelo ci parla, la pressura della preghiera. Il Getsemani, la parola Getsemani significa luogo del torchio, perché il vino e l’olio avvengono attraverso la pressura, e le monache e le consacrate e i sacerdoti sono questi uomini, queste donne dell’olio da distribuire, ma non solo loro, anche noi abbiamo dell’olio da produrre, abbiamo, nel nostro piccolo, una preghiera da fare, un’Eucaristia cui partecipare. Ecco, questo è il momento in cui ci possiamo scambiare i doni della preghiera, dell’intercessione, in cui io non ho olio e te lo do, tu lo prendi, e ci scambiamo l’olio, ci scambiamo i meriti e la santità che non abbiamo. Beati noi se avremo fatto incetta di preghiere, di sacramenti, di amici ed amiche, di santi e sante, cui siamo ricorsi, soprattutto il santo per eccellenza, Gesù. Beati noi, se avremo ammassato, come delle formiche, piccole briciole di grazia. Quindi speriamo che vergini stolte non esistano, che non ci sia uomo o donna che, all’atto in cui si squarcia il cuore, al grido: “Ecco lo Sposo”, non abbia almeno una briciola d’olio, una briciola di grazia, per presentarsi al cospetto di Dio ed essere ricolmato di grazia. Cara suor Cherubina, sei vissuta sulla terra nascosta al mondo ma per essere nel cuore del mondo e portare tutti gli uomini nel cuore di Cristo, unico sposo della Chiesa, dell’umanità redenta a prezzo del suo sangue. Entra nella gioia del tuo Signore. Sarai il motivo del suo incanto e del suo canto: «Ti lodo Padre, signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli» (Mt 11,25). E allora grazie, suor Chrubina, per quella “inquietudine” – mi piace pensarla così – che dalla città di Barletta, ti ha portata in questo monastero nel cuore della Ciociaria. Trasmettila a noi che siamo così placidi, tranquilli nelle nostre mediocrità, donaci la passione e la perseveranza, che non s’accontenta mai, perché chi ama veramente non si accontenta mai. Grazie per quello che sei stata, per l’umiltà che ci hai rappresentato anche con le tue mani nascoste sotto la pazienza – gesto tipicamente monastico – per il tuo essere piccola come una bambina. Grazie! E adesso, che sei e hai le chiavi dei forzieri della grazia, come tutti i nostri defunti, mandaci ancora tanto olio, tanti meriti, tanta grazia.

Sante De Angelis *

* Postulatore delle Cause dei Santi in Vaticano, Fondatore e Presidente Rettore dell’Accademia Bonifaciana Onlus, Giornalista
 suor cherubina con alcune clarisse
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