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L'Anno Santo di Bonifacio VIII e il Giubileo della Misericordia di Francesco, la Lectio Magistralis di S.Em. il Card. Lorenzo Baldisseri, Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi PDF Stampa E-mail
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Il conferimento del Premio Internazionale «Bonifacio VIII – Città di Anagni», giunto quest’anno alla XIII edizione, è per me un motivo di onore e di gratitudine. In un consesso così solenne, desidero esprimere un sentito ringraziamento al Senato Ac-cademico, al Presidente e ai Membri del Comitato Scientifico, che hanno voluto insi-gnirmi di un riconoscimento tanto prestigioso. In modo particolare, rivolgo un deferente saluto a Sua Eminenza il Cardinal José Saraiva Martins, Presidente Onorario dell’Accademia Bonifaciana, a Sua Eccellenza Monsignor Franco Croci, Presidente del Comitato Scientifico, nonché al Rettore-Presidente dell’Accademia Dottor Sante De Angelis, solerte promotore di questa lodevole iniziativa.

 

 

Con loro saluto cordialmente anche gli altri due illustri vincitori del Premio: il Senatore Filippo Bubbico, Vice Ministro dell’Interno, e il Dottor Riccardo Di Segni, Rabbino Capo della Comunità Ebraica di Roma. Un motivo di ulteriore gioia è, inoltre, il fatto che la cerimonia odierna, promossa dall’Accademia Bonifaciana con il patrocinio della Diocesi di Anagni-Alatri e della Città di Anagni, acquisisce un significato speciale sia per la ricorrenza del 780° anni-versario della nascita di Benedetto Cajetani, l’ultimo dei “papi anagnini”, sia per l’imminenza del Giubileo della Misericordia, che idealmente si richiama al primo Anno Santo, indetto proprio da Bonifacio VIII nel 1300. L’Anno Santo di Bonifacio VIII Papa Cajetani resta celebre soprattutto per l’oltraggio subito nel 1303 da Sciarra Colonna, emissario del Re di Francia Filippo IV il Bello. È il cosiddetto “schiaffo di Anagni”, che dimostra anche a livello simbolico il declino del potere universale del papato a vantaggio delle monarchie nazionali. Non tutti, però, sanno che il Pontefice anagnino è, al tempo stesso, il fondatore dell’Anno Santo, un’istituzione destinata a conoscere un imprevedibile successo nel corso dei secoli fino ad oggi. L’idea del Giubileo, in realtà, proviene dalla Bibbia. L’Antico Testamento parla dell’anno sabbatico, che ricorre ogni sette anni, e dell’anno giubilare, da celebrarsi ogni “sette settimane di anni”, cioè a cadenza cinquantennale. Queste due ricorrenze erano considerate come uno speciale “tempo di Dio”, il tempo del riconoscimento della signoria di Dio su tutto il creato, durante il quale si doveva restituire il suolo a-gli antichi proprietari, liberare gli schiavi e condonare i debiti. Si trattava dunque di un anno di giustizia, secondo il cuore di Dio. Inaspettatamente fu il Medioevo cristiano a trovare le modalità per incarnare la prospettiva ideale dell’anno giubilare. Il primo Anno santo, nel 1300, fu un fenomeno spontaneo, proveniente dal basso e non indotto dall’alto, dai vescovi o dalla Curia romana. Si trattò di una risposta a una profonda domanda del Popolo di Dio. A ben guardare, il primo Giubileo si trovò all’incrocio di differenti esigenze. In-nanzitutto, troviamo una componente millenaristica (assai presente nell’ambito degli spirituali e del movimento gioachimita), che attendeva la fine del mondo, presagita negli eventi della caduta di Gerusalemme e del tragico epilogo delle sovranità crocia-te. Si temeva la venuta dell’Anticristo, l’arrivo del giorno dell’ira (cf. Ap 6,12-17). Vi erano uomini e donne in attesa degli ultimi tempi. Inoltre, quell’anno giubilare fu frutto del pellegrinaggio cristiano. L’essere “pelle-grino” caratterizza costitutivamente l’esperienza del credente cristiano. Letteralmen-te, il pellegrino è colui che sta “fuori della città”, un “forestiero”, uno “straniero”. Il credente si avverte in esilio su questa terra, perché è incamminato verso la patria ce-leste, la città eterna, la Gerusalemme dell’Apocalisse. In attesa dell’ultima dimora, l’uomo del Medioevo è in cerca di luoghi per così dire “intermedi” fra la terra e il cielo, i luoghi santi, cioè quelli santificati dai passi di Cri-sto (la Terra Santa), dalla presenza di Maria (Nazareth, Efeso e i santuari mariani, specialmente Loreto), dagli angeli (il Gargano ed il bretone Mont Saint-Michel), da-gli apostoli (Roma e Compostela), dai santi (le catacombe romane, Assisi, Tours, Fulda, ecc.). Nonostante la difficile viabilità, l’uomo di allora è un viandante. La vita stessa del cristiano è paragonata a un tempo di pellegrinaggio. Gerusalemme è il luogo privile-giato del pellegrinaggio della vita, ma non sempre è possibile spingersi così lontano e allora si costruiscono copie del Santo Sepolcro in Occidente, come a Bologna. È il luogo privilegiato anche per morire. E, se ciò non è possibile, si porta via un po’ di terra dalla Città Santa per cospargerne le tombe. La stessa crociata viene considerata come un vero e proprio pellegrinaggio. Non a caso i crociati inizialmente si chiama-vano peregrinantes e la crociata peregrinatio. Venuta meno la possibilità di andare a Gerusalemme, la città di Roma divenne la meta privilegiata dei pellegrini. Non si trattava comunque di una novità assoluta, per-ché l’Urbe era stata meta di pellegrinaggi sin dai tempi più antichi, grazie alle memo-rie degli Apostoli Pietro e Paolo e di numerosi altri martiri. Si veniva a Roma per ricevere una raccomandazione da San Pietro, “clavigero” del Paradiso, e per chiedere perdono, soprattutto per i peccati più gravi, come l’uccisione di un figlio o di un geni-tore. Il peccato grande richiedeva un percorso espiatorio adeguato. Fu proprio la richiesta di perdono a costituire un altro elemento caratterizzante quel lontano 1300. L’uomo del Medioevo riteneva che solo la Chiesa avesse il potere di “accorciare” la penitenza relativa al peccato, particolarmente in occasione di alcune ricorrenze. In questo contesto si cominciò a parlare di indulgenza, cioè della remis-sione delle pene che rimangono da scontare dopo il perdono della colpa nel sacra-mento della Penitenza. È, infatti, in epoca medievale che la dottrina delle indulgenze acquisisce un’importanza decisiva, come corollario delle dottrine sul sacramento della Penitenza e sul Purgatorio. Come chiariscono i teologi della Scolastica, ciascun peccato mortale determina una colpa, la quale a sua volta comporta una pena eterna, cioè la privazio-ne della visione beatifica o dannazione, e una pena temporale, con cui si intendono gli effetti negativi che il peccato produce fin d’ora nella vita dell’uomo. Il sacramento della Riconciliazione, elargendo l’assoluzione dei peccati, condona la colpa e la pena eterna, ma non la pena temporale. A tale affermazione sottostà una visione realistica dell’uomo: costui, anche se si pente sinceramente e ottiene il perdo-no, conserva nell’animo un attaccamento residuo ai peccati commessi, soprattutto se si tratta di situazioni peccaminose protrattesi per lungo tempo. Soltanto gradualmen-te, e non senza fatica, il peccatore pentito può affrancarsi da quell’attaccamento, di-staccando completamente il suo cuore dalle seduzioni del peccato. Perché ciò avvenga più speditamente, il confessore commina al penitente una sod-disfazione, cioè un’opera buona da compiere dopo aver ricevuto l’assoluzione (quella che noi chiamiamo correntemente “penitenza”). Può però accadere che, al momento della morte, il credente non si sia ancora del tutto liberato da tale condizione. Ecco allora che la pena temporale viene conclusa in quello che chiamiamo Purgatorio. Con questo termine si intende, infatti, la situazione spirituale di coloro che, dopo la morte, non sono più meritevoli della pena eterna (cioè l’Inferno), ma devono ancora affran-carsi dalla pena temporale, per divenire degni della visione beatifica (il Paradiso). È in questo contesto che si comprende la dottrina delle indulgenze: l’indulgenza in-fatti, obbligando la persona a compiere una speciale opera penitenziale, al fine di su-scitare il distacco da ogni peccato passato e di accendere nell’intimo il desiderio del cielo, ottiene appunto la remissione della pena temporale. Attraverso la confessione sacramentale e l’indulgenza, dunque, il penitente accede ad un perdono per così dire “pienissimo”: è libero non solo dalla minaccia dell’Inferno, ma anche da quella del Purgatorio, perché per lui – come al buon ladrone del Vangelo – si spalancano per i meriti della passione di Cristo le porte del Paradiso. Alcune indulgenze parziali erano state già concesse dopo il Mille. Ad esempio, nel secolo XI erano conosciute le indulgenze crociate, legate alla lotta contro i Mori in Spagna (1063) e per la prima crociata (1095). Nel secolo XII sono attestate alcune in-dulgenze per i pellegrinaggi verso Roma. Le successive indulgenze sono legate ad eventi bellici contro i pagani, i lontani e i nemici della Sede Apostolica. Nel secolo XIII, però, il pellegrinaggio non armato prese il sopravvento. La visita di due luoghi “spirituali” permetteva di lucrare l’indulgenza e per di più quella plenaria. Si tratta della visita alla chiesa di Santa Maria degli Angeli (Porziuncola) ad Assisi, il 2 ago-sto, e alla chiesa di Santa Maria in Collemaggio all’Aquila, il 29 agosto. Tutti questi elementi si congiungono in maniera speciale nell’anno 1300, quando più per pressione dal basso, che per affermazione del proprio potere, il papa si aprì al-le richieste popolari. L’affollarsi di numerosi pellegrini a Roma spinse il papa canoni-sta Bonifacio VIII a redigere un testo (la bolla Antiquorum habet) che definiva le concessioni pontificie per quell’evento. La remissione totale dei peccati e delle pene era accordata a tutti coloro che, debitamente confessati, per quindici giorni consecuti-vi avessero visitato quotidianamente le basiliche di San Pietro e San Paolo. Siamo al 16 febbraio 1300: quello che poi sarà considerato anno giubilare è già i-niziato da diverse settimane, ragione per cui le disposizioni papali vengono fatte vale-re retroattivamente dal 25 dicembre 1299. Già da questo elemento ci si rende conto che non si trattò di un’operazione previa di politica ecclesiastica. La data del docu-mento, comunque, venne modificata al 22 febbraio, festa della cattedra di San Pietro: la concessione dell’indulgenza fu così legata alla tomba petrina. All’interno della simbolica del papato, non è irrilevante il fatto che il papa depose sulla tomba di San Pietro la bolla in segno d’offerta. La storia dell’arte ricorda quel momento eccezionale in un dipinto presente nella basilica papale di San Giovanni in Laterano, attribuito dalla tradizione a Giotto. In quell’immagine Bonifacio VIII si affaccia dall’ambone di San Pietro, affiancato da due diaconi. Quello alla sua destra regge tra le mani il documento papale, che sarà letto ai fedeli convenuti. Anche l’epigrafia ricorda quel momento in un’incisione su marmo, ancor oggi presente nell’atrio della Basilica vaticana. Curiosamente la bolla non fa mai menzione del termine «Giubileo», che invece si trova in testi coevi che uniscono la tematica della riconciliazione con Dio con l’idea biblica del Giubileo. Il Giubileo diviene allora quel periodo eccezionale, della durata di anno (anche prorogabile), durante il quale la misericordia di Dio viene diffusa so-vrabbondantemente sui credenti. Da qui anche il nome di «Anno Santo». Le decisioni papali contengono delle novità rispetto ai documenti precedenti sulle indulgenze (Porziuncola e Collemaggio). Bonifacio, infatti, non giustificò il suo atto appellandosi solamente alla misericordia di Dio e all’autorità degli Apostoli Pietro e Paolo, ma si riferì al consiglio del Collegio cardinalizio (la cui importanza e potere erano enormemente accresciuti) e alla pienezza del potere apostolico, fondamento giuridico e pure teologico della concessione delle indulgenze. Evidentemente anche la proclamazione del Giubileo diventa occasione per toccare la questione cruciale del-la suprema autorità nella Chiesa. Il papa dichiarò di elargire l’indulgenza in virtù dell’autorità concessa da Gesù a Pietro, secondo la più diffusa ecclesiologia dell’epoca. In un gioco di rimandi, l’autorità papale costituì il fondamento del Giubileo e quest’ultimo allo stesso tempo rafforzò il primato. Troviamo un’ulteriore novità legata alla sensibilità dei tempi. Se fino ad allora le indulgenze erano state concesse per eventi collettivi di difesa della Chiesa dai nemici interni ed esterni (come per le crociate), con una connotazione chiaramente sociale, nel 1300 assunsero un altro valore, più marcatamente individuale, in quanto si rivol-sero alle singole anime e alla loro salvezza. Bonifacio VIII accolse in qualche modo le istanze della religiosità popolare in un testo giuridico che stabiliva la normativa per il percorso penitenziale di chi spontane-amente si era recato a Roma o voleva giungervi. La gerarchia si aprì ad una maggiore comprensione delle richieste provenienti dal basso. Il diritto canonico e la teologia si-stematizzarono lo spontaneismo popolare e lo indirizzarono correttamente. Il senti-mento millenaristico veniva instradato verso la vita spirituale e sacramentale, in un processo riformistico guidato dall’alto. Insomma, il Giubileo del 1300 seppe fare sintesi delle istanze riformistiche, spiri-tuali e devozionali coeve, spingendole in avanti in un percorso di rinnovamento dei singoli fedeli e della Chiesa. Fu un momento “creativo”, che, ancora dopo molti seco-li, continua a saper intercettare i bisogni di rinnovamento personale e collettivo del Popolo di Dio. Il Giubileo della Misericordia di Papa Francesco L’excursus storico ci ha dimostrato che l’Anno Santo è stato fin dall’inizio un e-vento all’insegna della misericordia, caratterizzato in particolare dal dono dell’indulgenza. In tal modo la Chiesa, utilizzando il potere delle chiavi conferitole da Cristo, ha desiderato in ogni epoca spalancare ai penitenti le “porte” del cielo. Con l’istituzione del Giubileo – via via celebrato a cadenza sempre più frequente – la Chiesa ha, in un certo senso, “spiritualizzato” l’audace intuizione veterotestamen-taria. Come abbiamo accennato, nel libro del Levitico il Giubileo è concepito come l’anno del condono dei debiti, nel quale ciascuno può riscattare la casa o il terreno che è stato in precedenza costretto ad alienare per necessità (cf. 25, 10-31), e come l’anno della liberazione dei servi, nel quale chi è caduto in stato di soggezione a cau-sa della propria insolvenza può finalmente recuperare la dignità di uomo libero. Così leggiamo: «Se il tuo fratello che è presso di te cade in miseria e si vende a te, non far-lo lavorare come schiavo; sia presso di te come un bracciante, un inquilino. Ti servirà fino all’anno del Giubileo; allora se ne andrà da te con i suoi figli, tornerà nella sua famiglia e rientrerà nella proprietà dei suoi padri» (Lv 25, 39-41). Grazie alla riflessione dei profeti, emerge comunque l’idea che il condono e la liberazione, di cui gli uomini hanno bisogno, siano qualcosa di più profondo di quanto prevede la legislazione mosaica. Ci sono debiti materiali che l’uomo contrae nei ri-guardi di un altro uomo, ma ci sono al tempo stesso debiti immateriali – spesso in-sopportabili – che l’uomo contrae nei confronti di Dio, e che si chiamano peccati. Al contempo, è vero che la servitù è uno status sociale e giuridico, che identifica coloro che in ragione dei debiti non corrisposti sono stati asserviti ai loro creditori, ma è al-trettanto vero che essa è pure una condizione interiore: la condizione di chi vive pri-gioniero della colpa e del rimorso, schiavo di se stesso e degli errori commessi. Il Giubileo viene così ad essere compreso, nella Sacra Scrittura, come un tempo di grazia e di consolazione, di misericordia e quasi di “risurrezione”, tanto che il suo avvento – oggetto di speranza – si collega in modo crescente all’attesa del Messia da-vidico, concepito da Israele come il Liberatore per eccellenza. Così si legge in parti-colare nell’ultima parte del libro di Isaia, in un testo che Gesù non esiterà ad attribui-re a se stesso parlando ai suoi concittadini nella sinagoga di Nazareth: «Lo spirito del Signore Dio è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai poveri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di misericordia del Signore» (61, 1-2a; cf. Lc 4, 18-19). È proprio a partire dalla consapevolezza che il Giubileo rappresenta per definizione «l’anno di misericordia del Signore», che Papa Francesco ha deciso di proclamare un Anno Santo straordinario, che si protrarrà dal prossimo 8 dicembre fino al 20 novem-bre 2016. Nella bolla di indizione pubblicata l’11 aprile scorso, significativamente in-titolata Misericordiae vultus, il Papa illustra così la Sua decisione: «Un Anno Santo straordinario, dunque, per vivere nella vita di ogni giorno la misericor-dia che da sempre il Padre estende verso di noi. In questo Giubileo lasciamoci sorprende-re da Dio. Lui non si stanca mai di spalancare la porta del suo cuore per ripetere che ci ama e vuole condividere con noi la sua vita. La Chiesa sente in maniera forte l’urgenza di annunciare la misericordia di Dio. La sua vita è autentica e credibile quando fa della mi-sericordia il suo annuncio convinto. Essa sa che il suo primo compito, soprattutto in un momento come il nostro colmo di grandi speranze e forti contraddizioni, è quello di in-trodurre tutti nel grande mistero della misericordia di Dio, contemplando il volto di Cristo. La Chiesa è chiamata per prima ad essere testimone veritiera della misericordia pro-fessandola e vivendola come il centro della Rivelazione di Gesù Cristo» (n. 25). Insomma, nel Giubileo di Francesco, la misericordia, che di per sé connota sempre la celebrazione di un Anno Santo, diventa ancora di più il centro focale, il messaggio essenziale e la sorgente di ogni iniziativa ecclesiale. Da qui il “motto” scelto per l’Anno giubilare: «Misericordiosi come il Padre» (n. 13), ispirato alle parole di Gesù: «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6, 36). Oltre ovviamente all’indulgenza (cf. n. 22), la bolla pontificia enumera cinque se-gni caratteristici dell’Anno Santo. Il primo è un segno tradizionale, che il Santo Padre rilegge però con originalità: la Porta Santa. Così leggiamo nella bolla: «Nella festa dell’Immacolata Concezione avrò la gioia di aprire la Porta Santa. Sarà in questa oc-casione una Porta della misericordia, dove chiunque entrerà potrà sperimentare l’amore di Dio che consola, che perdona e dona speranza» (n. 3). Il secondo segno, come abbiamo già visto, appartiene anch’esso alla storia del Giubileo. Si può anzi dire, che nel corso dei secoli, sia divenuto il suo vero e proprio tratto distintivo: il pellegrinaggio. Ad ogni modo, pure in tal caso il Pontefice non manca di rileggere questo segno alla luce del messaggio della misericordia: «Il pellegrinaggio è un segno peculiare nell’Anno Santo, perché è icona del cammino che ogni persona compie nella sua esistenza. La vita è un pellegrinaggio e l’essere umano è viator, un pellegrino che percorre una strada fino alla meta agognata. Anche per raggiun-gere la Porta Santa a Roma e in ogni altro luogo, ognuno dovrà compiere, secondo le proprie forze, un pellegrinaggio. Esso sarà un segno del fatto che anche la misericordia è una meta da raggiungere e che richiede impegno e sacrificio. Il pellegrinaggio, quindi, sia stimolo alla conversione: attraversando la Porta Santa ci lasceremo abbracciare dalla mi-sericordia di Dio e ci impegneremo ad essere misericordiosi con gli altri come il Padre lo è con noi» (n. 14). “Tappa obbligata” di questo pellegrinaggio spirituale della misericordia è anzitutto la rinuncia al giudizio e alla condanna: anche nella bolla giubilare il Papa torna a parlare delle piaghe della gelosia e dell’invidia, della mormorazione e della chiac-chiera (cf. n. 14), che affliggono la Chiesa non meno della società. Tuttavia questo passo, per quanto necessario, non è ancora sufficiente. Le successive tappe da tocca-re, nel pellegrinaggio giubilare della misericordia, devono essere per Francesco quel-le del perdono e del dono: «Essere strumenti del perdono, perché noi per primi lo ab-biamo ottenuto da Dio. Essere generosi nei confronti di tutti, sapendo che anche Dio elargisce la sua benevolenza su di noi con grande magnanimità» (cf. n. 14). Anche il terzo segno voluto dal Santo Padre è tratto dallo “scrigno” della migliore tradizione ecclesiale: si tratta della riscoperta e della riproposta delle opere di misericordia spirituale e corporale. Purtroppo, nella “foga” di rinnovamento che ha caratterizzato la catechesi degli ultimi decenni, abbiamo talvolta finito per trascurare questo insegnamento semplice ma essenziale tramandoci dai padri, cosicché spesso le nuove generazioni non sanno neppure che cosa siano le opere di misericordia. Prima abbiamo osservato che la Chiesa, sin dall’Anno Santo del 1300, ha in qual-che modo “spiritualizzato” l’utopia giudaica del Giubileo, che inizialmente era anzi-tutto un’istituzione finalizzata a risanare le situazioni di povertà economica in cui i membri del popolo di Israele si erano venuti a trovare per qualche ragione. “Spiritua-lizzare” il Giubileo, per trasformarlo in un’occasione di rinnovamento interiore, non può però equivalere a “disincarnarlo”, privandolo della sua originaria funzione di “correttivo” delle distorsioni sociali che gravano soprattutto sui più poveri. Alla luce di ciò, l’invito del Papa a praticare le opere di misericordia rivela tutta la sua portata profetica e quasi “rivoluzionaria”, soprattutto in un tempo in cui la forbice della disuguaglianza socio-economica si va pericolosamente allargando, anche nello stesso Occidente. Francesco ci invita non soltanto ad attingere a piene mani alla mise-ricordia del Padre, ma a diventare noi stessi artefici di perdono e riconciliazione nel mondo in cui viviamo, trasformando in qualche modo la misericordia “verticale” in misericordia “orizzontale”. Come si sa, è questo un tema assai caro al Santo Padre, come dimostra in particolare l’esortazione apostolica Evangelii gaudium, che si può a buon diritto considerare il documento programmatico del suo pontificato. Il Giubileo, per Francesco, «sarà un modo per risvegliare la nostra coscienza spes-so assopita davanti al dramma della povertà e per entrare sempre di più nel cuore del Vangelo, dove i poveri sono i privilegiati della misericordia divina» (n. 15). Sull’esempio di Gesù, in cui il Padre ci ha mostrato il volto della sua infinita miseri-cordia (cf. n. 1), siamo tutti esortati a «portare una parola e un gesto di consolazione ai poveri, annunciare la liberazione a quanti sono prigionieri delle nuove schiavitù della società moderna, restituire la vista a chi non riesce più a vedere perché curvo su se stesso, e restituire dignità a quanti ne sono stati privati» (n. 15). Il quarto segno giubilare sarà la valorizzazione della Quaresima, tempo liturgico a carattere spiccatamente battesimale e penitenziale, «momento favorevole» (2Cor 6, 2) in cui tutti i fedeli sono invitati a far ritorno al Padre «che largamente perdona» (Is 55, 7), per giungere a celebrare con cuore rinnovato le feste pasquali. A tal riguardo Francesco, dopo aver domandato di vivere più intensamente la Quaresima del pros-simo anno «come momento forte per celebrare e sperimentare la misericordia di Di-o», chiede di valorizzare in modo particolare l’iniziativa «24 ore per il Signore», da celebrarsi in ogni diocesi in occasione della IV domenica di Quaresima. L’esperienza di questi ultimi anni, del resto, ha dimostrato che quell’occasione può favorire in tan-ti, soprattutto giovani, la riscoperta del sacramento della Riconciliazione, il quale «permette di toccare con mano la grandezza della misericordia» (n. 17). L’ultimo segno è, infine, del tutto inedito, per quanto assolutamente coerente con la prassi giubilare tradizionale: si tratta dell’invio in tutte le diocesi di quelli che ven-gono chiamati «Missionari della misericordia» (n. 18). Dopo aver esortato tutti i con-fessori a farsi testimoni della misericordia divina, sul modello del padre descritto nel-la parabola del figlio prodigo (cf. n. 17), il Santo Padre spiega che tali Missionari «saranno sacerdoti a cui darò l’autorità di perdonare anche i peccati che sono riservati al-la Sede Apostolica, perché sia resa evidente l’ampiezza del loro mandato. Saranno, soprattutto, segno vivo di come il Padre accoglie quanti sono in ricerca del suo perdono. Saranno dei missionari della misericordia perché si faranno artefici presso tutti di un incon-tro carico di umanità, sorgente di liberazione, ricco di responsabilità per superare gli o-stacoli e riprendere la vita nuova del battesimo» (n. 18). L’indulgenza, la Porta santa, il pellegrinaggio, le opere di misericordia, la Quare-sima, i Missionari della misericordia: attraverso questi “segni” tutta la Chiesa è chia-mata da Francesco a riscoprire la misericordia come cuore della Trinità, centro della Rivelazione, fonte e culmine della vita cristiana. In verità, afferma infine il Papa, «abbiamo sempre bisogno di contemplare il mistero della misericordia. È fonte di gioia, di serenità e di pace. È condizione della nostra salvezza. Misericordia: è la parola che ri-vela il mistero della SS. Trinità. Misericordia: è l’atto ultimo e supremo con il quale Dio ci viene incontro. Misericordia: è la legge fondamentale che abita nel cuore di ogni per-sona quando guarda con occhi sinceri il fratello che incontra nel cammino della vita. Mi-sericordia: è la via che unisce Dio e l’uomo, perché apre il cuore alla speranza di essere amati per sempre nonostante il limite del nostro peccato» (n. 2). La misericordia nei due Sinodi sulla famiglia Come abbiamo detto, nella Bolla giubilare Papa Francesco tiene a precisare che «la Chiesa sente in maniera forte l’urgenza di annunciare la misericordia di Dio» (n. 25). Questo accorato invito del Pontefice sta trovando una sua imprevista e preziosa “anticipazione” nel cammino sinodale attualmente in corso, del quale vorrei brevemente occuparmi nell’ultima parte del mio intervento. Come è noto, poco dopo la Sua elezione, attraverso l’indizione di un Sinodo in due tappe, il Santo Padre ha invitato la Chiesa a rivolgere la sua attenzione alla famiglia, consapevole che essa «resta ancor oggi, e rimarrà sempre, il pilastro fondamentale e irrinunciabile del vivere sociale» (Instrumentum Laboris 2015, 11). Dobbiamo rico-noscere che l’istituto familiare sta attraversando un tempo di grande difficoltà. Da più parti si segnalano problemi e fatiche che ne evidenzierebbero addirittura la crisi, la quale – si sottolinea – trova la sua origine anche in una tiepidezza della vita di fede. La realtà della famiglia diventa così un ambito in cui l’annuncio della misericordia di Dio deve essere proclamato con particolare impegno. Siamo nel periodo intersinodale, compreso tra la III Assemblea Generale Straordinaria dell’ottobre scorso e la XIV Assemblea Generale Ordinaria del prossimo autunno. L’ultima Assemblea si è conclusa con l’approvazione di un documento, la Relatio Synodi, che ha sintetizzato quanto i Padri avevano discusso ed approfondito durante i lavori. In preparazione alla prossima Assemblea, la Segreteria del Sinodo ha pubbli-cato pochi giorni fa un Instrumentum Laboris, che ha raccolto e sintetizzato le rispo-ste fornite dalle Conferenze Episcopali e da altri organismi alle domande inviate per favorire la recezione e l’approfondimento della Relatio. Alle risposte si sono aggiunte diverse osservazioni provenienti da singoli fedeli, da coppie e da gruppi, oltre ad al-cuni contributi di studio. Per mettere in evidenza la relazione che intercorre tra la mi-sericordia di Dio, il matrimonio e la vita della famiglia, desidero ora far riferimento a quanto viene detto sia nella Relatio Synodi che nell’Instrumentum Laboris. In entrambi i documenti si afferma che il punto di partenza per una riflessione sulla famiglia e sul progetto che Dio ha per essa è lo “sguardo” su Gesù Cristo. Nella con-templazione della Sua vita e del Suo agire, ci rendiamo conto che Egli «ha guardato alle donne e agli uomini che ha incontrato con amore e tenerezza, accompagnando i loro passi con verità, pazienza e misericordia, nell’annunciare le esigenze del Regno di Dio» (Relatio Synodi, 12). Per quanto riguarda il matrimonio, Gesù ha annunciato il messaggio concernente il suo significato «come pienezza della rivelazione che recupera il progetto originario di Dio (Mt 19,3). Ma nello stesso tempo ha messo in pratica la dottrina insegnata manifestando così il vero si-gnificato della misericordia. Ciò appare chiaramente negli incontri con la samaritana (Gv 4,1-30) e con l’adultera (Gv 8,1-11), in cui Gesù, con un atteggiamento di amore verso la persona peccatrice, porta al pentimento e alla conversione […], condizione per il perdo-no» (Relatio Synodi, 14). Guardando l’atteggiamento complessivo di Gesù verso le persone e i suoi compor-tamenti concreti, la Chiesa trova l’esempio da seguire e il paradigma irrinunciabile che deve guidare il suo atteggiamento nei riguardi degli uomini e delle donne del no-stro tempo. Nella consapevolezza che «siamo tutti deboli, peccatori come gli altri» (Instrumentum Laboris, 61) e che «tutti abbiamo bisogno di dare e ricevere misericordia» (Instrumentum Laboris, 108), «occorre accogliere le persone con la loro esi-stenza concreta, saperne sostenere la ricerca, incoraggiare il desiderio di Dio e la vo-lontà di sentirsi pienamente parte della Chiesa anche in chi ha sperimentato il falli-mento o si trova nelle situazioni più disparate» (Relatio Synodi, 11). Data la situazione di fragilità esistenziale ed affettiva che caratterizza la nostra e-poca, oggi più che mai la Chiesa si sente chiamata ad avere «un’attenzione pastorale misericordiosa ed incoraggiante» (Relatio Synodi, 26) verso tutti, in particolare verso quei fedeli che ne hanno maggiormente bisogno. La Relatio Synodi mette in evidenza la relazione tra il modo di agire di Gesù e quello della Chiesa, affermando che «conforme allo sguardo misericordioso di Gesù, la Chiesa deve accompagnare con attenzione e premura i suoi figli più fragili, segnati dall’amore ferito e smarrito, ridonando fi-ducia e speranza, come la luce del faro di un porto o di una fiaccola portata in mezzo alla gente per illuminare coloro che hanno smarrito la rotta o si trovano in mezzo alla tempe-sta» (Relatio Synodi, 28). Anche l’Instrumentum Laboris approfondisce il legame che intercorre tra lo stile di accompagnamento richiesto alla Chiesa e la misericordia divina, specificando che «si tratta di partire dalle situazioni concrete delle famiglie di oggi, tutte bisognose di mi-sericordia, cominciando da quelle più sofferenti. Nella misericordia, infatti, risplende la sovranità di Dio, con cui Egli è fedele sempre di nuovo al suo essere, che è amore (cf. 1Gv 4, 8), e al suo patto. La misericordia è la rivelazione della fedeltà e dell’identità di Dio con se stesso e così al tempo stesso dimostrazione dell’identità cristiana» (Instrumentum Laboris, 68). Entrambi i documenti illustrano le forme in cui l’atteggiamento della misericordia può essere declinato nelle situazioni delicate o difficili e nei momenti dolorosi della vita della coppia e della famiglia. Per quanto riguarda le «persone non ancora giunte alla comprensione dell’importanza del sacramento nuziale», l’Instrumentum Laboris auspica che l’atteggiamento da tenere nei loro confronti «si esprima soprattutto attraverso un rapporto di amicizia personale, accogliendo l’altro così come è, senza giudicarlo, rispondendo ai suoi bisogni fondamentali e allo stesso tempo testimoniando l’amore e la misericordia di Dio» (Instrumentum Laboris, 61). Nel caso in cui «gli sposi sperimentano problemi nelle loro relazioni», essi «devono poter contare sull’aiuto e l’accompagnamento della Chiesa. La pastorale della carità e la misericordia tendono al recupero delle persone e delle relazioni. L’esperienza mostra che con un aiuto adeguato e con l’azione di riconciliazione della grazia una gran-de percentuale di crisi matrimoniali si superano in maniera soddisfacente» (Relatio Syno-di, 44). Lì dove si giungesse alla rottura del rapporto, si ricorda che «la Chiesa ha il dovere di chiedere ai coniugi separati e divorziati di trattarsi con rispetto e misericordia, so-prattutto per il bene dei figli, ai quali non procurare ulteriore sofferenza» (Instrumentum Laboris, 108). Inoltre, anche se non vi si trova esplicitamente il termine, un richiamo alla misericordia si riconosce pure in queste espressioni: «La condizione di coloro che non intraprendono una nuova unione, rimanendo fedeli al vincolo, merita tutto l’apprezzamento e il sostegno da parte della Chiesa, che ha il dovere di mostrare loro il volto di un Dio che non abbandona mai ed è sempre capace di ridonare forza e speranza» (Instrumentum Laboris, 113). Uno dei compiti fondamentali della Chiesa tutta e di ciascun credente in Cristo è, insomma, quello di mostrare a tutti gli uomini il volto di Dio, che è il volto della mi-sericordia. Questo vale soprattutto quando nella vita familiare si innescano dinamiche che determinano problemi di relazione e ne lacerano il tessuto. Le modalità concrete in cui questo può avvenire sono diverse. Dopo aver affermato che «prendersi cura delle famiglie ferite e far sperimentare loro l’infinita misericordia di Dio è da tutti considerato un principio fondamentale», l’Instrumentum Laboris evi-denzia che si presenta «differenziato l’atteggiamento nei confronti delle persone coinvolte. Da un lato, c’è chi ritiene necessario incoraggiare quanti vivono unioni non matrimoniali ad intraprendere la strada del ritorno. Dall’altro lato, c’è chi sorregge tali persone invitandole a guardare a-vanti, ad uscire dalla prigione della rabbia, della delusione, del dolore e della solitudine per rimettersi in cammino. Certamente, affermano altri, quest’arte dell’accompagnamento richiede un discernimento prudente e misericordioso, nonché la capacità di cogliere nel concreto la diversità delle singole situazioni» (Instrumentum Laboris, 107). L’accentuazione della dimensione della misericordia potrebbe indurre a ritenere che le verità contenute nel Vangelo vengano messe da parte o, almeno, non tenute nella giusta considerazione. Al contrario, citando il n. 44 dell’Evangelii Gaudium di Papa Francesco, la Relatio Synodi tiene insieme i due aspetti, quando afferma che «senza sminuire il valore dell’ideale evangelico, bisogna accompagnare con misericordia e pazienza le possibili tappe di crescita delle persone che si vanno costruendo giorno per giorno» (Relatio Synodi, 24). È vero, del resto, che «il messaggio cristiano ha sempre in sé la realtà e la dinamica della misericordia e della verità, che in Cristo convergono» (Relatio Synodi, 11). Ge-sù Cristo, infatti, realizza nella Sua carne la profezia espressa dal Salmo 84: «Miseri-cordia e verità si incontreranno, giustizia e pace si baceranno». Gli esegeti mettono in evidenza che non è senza significato il fatto che il primo elemento menzionato sia la misericordia. Possiamo dire, allora, che la priorità della misericordia trova una sua “giustificazione” nelle stesse parole della Bibbia. Ad ogni modo, per evitare equivoci circa l’esatta comprensione del valore della misericordia, l’Instrumentum laboris sottolinea che avere un atteggiamento miseri-cordioso verso una persona non significa approvare la situazione che di fatto ella vive e, soprattutto, non comporta la rinuncia all’affermazione dei beni e dei valori del ma-trimonio cristiano (cf. Instrumentum Laboris, 61). Lo stesso documento evidenzia in maniera appropriata che «la misericordia non toglie nulla alla verità», dal momento che «essa stessa è verità rivelata ed è strettamente legata con le fondamentali verità della fede – l’incarnazione, la morte e resurrezione del Signore – e senza di esse cadrebbe nel nulla» (Instrumentum Laboris, 68). Per tale ragione, l’Instrumentum laboris si richiama alla Misericordiae Vultus di Francesco, laddove troviamo una descrizione penetrante del mistero della misericor-dia divina, in grado di gettare un potente fascio di luce tanto sul cammino sinodale in corso quanto sul Giubileo straordinario che lo seguirà a breve distanza. Per questo, vorrei concludere proprio con queste parole del Santo Padre il mio intervento: «Dal cuore della Trinità, dall’intimo più profondo del mistero di Dio, sgorga e scorre senza sosta il grande fiume della misericordia. Questa fonte non potrà mai esaurirsi, per quanti siano quelli che vi si accostano. Ogni volta che ognuno ne avrà bisogno, potrà ac-cedere ad essa, perché la misericordia di Dio è senza fine» (Misericordiae Vultus, 25, citato in Instrumentum laboris, 108).
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Vita Accademica

I VERTICI DELL’ACCADEMIA BONIFACIANA RICEVUTI DA S.E. il CONTE PROF. GIUSEPPE DALLA TORRE DEL TEMPIO DI SANGUINETTO, PRESIDENTE DEL TRIBUNALE DELLO STATO DELLA CITTA’ DEL VATICANO, GIA’ LUOGOTENENTE GENERALE DELL’O.E.S.S.G.

S.E. il Cav. di Coll. Conte Prof. Giuseppe Dalla Torre del Tempio di Sanguinetto, Presidente del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano, con Decreto prot. n. 505/17 del 9 ottobre 2017, è stato nominato Senatore Accademico Onorario dell’Accademia Bonifaciana di Anagni e proposto quale Premio Internazionale Bonifacio VIII.

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XII Corteo. Bulla a Cerchio (AQ)


Nel Comune marsicano di Cerchio, in provincia di L’Aquila, si è svolto nei giorni scorsi, il XII Corteo Storico che ha rievocato la “Bulla Indulgentiarum” di Bonifacio VIII (1300). Sono stati presenti all’evento – organizzata con precisione dall’Amministrazione Comunale cerchiese – i due Vice Presidenti del Consiglio della Regione Abruzzo,  il Presidente della Provincia aquilana Stefania Pezzopane, il Vicario Generale della Diocesi dei Marsi mons. Domenico Ramelli ed oltre trenta delegazioni di Comuni con rispettivi Gonfaloni. Tra gli interventi previsti ed attesi, quello del Presidente dell’Accademia Bonifaciana di Anagni Cav. Sante De Angelis, che ha partecipato all’evento, insieme al Gonfalone della Città dei Papi, con la Polizia Municipale ed il Vice Commissario Prefettizio dr Marcello Zottola.
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L'Accademia Bonifaciana, ha sede presso il palazzo di Bonifacio VIII di Anagni, da tre secoli custodito dalle Suore Cistercensi della Carità, venne edificato nel XII secolo e in origine appartenne alla famiglia dei Conti. Fu abitato da Papa Gregorio IX (Ugolino Conti) che il pri­mo settembre 1230 vi ospitò Federico II...  Leggi articolo

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