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Il nostro Don Domenico è il nuovo Vescovo di Rieti, il Card. Angelo Bagnasco ha presieduto il rito di consacrazione episcopale PDF Stampa E-mail

Stemma-Mons.-Domenico-PompiliL'esortazione rivolta da Papa Francesco ai vescovi del nostro Paese nel primo incontro in San Pietro, il 23 maggio 2013, a stare «in mezzo al gregge per ascoltare ed esortare, per sentire l'anima dei semplici, dalla fede concreta e radicata; e anche «dietro al gregge per invitare chi si distrae, incoraggiare chi è stanco, curare chi è ferito», è stata ripetuta questo pomeriggio dal cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, al nuovo vescovo di Rieti, monsignor Domenico Pompili, già sottosegretario e portavoce della Cei. «Ai vescovi - ha ricordato il porporato nell'omelia della consacrazione episcopale da lui presieduta oggi nella Cattedrale reatina - non è chiesto di «essere dei conquistatori di anime», ma di essere loro per primi «conquistati da Cristo», né di «fuggire dal mondo», ma di «starci nel modo più bello e utile» e «di questo la gente - ha aggiunto citando ancora il Papa - ha fiuto e intuito, ha la capacità e il gusto di accorgersi». «E quando la gente ti vedrà salire davanti a loro, a volte forse con fatica. Tutto ti aiuterà a segnare meglio il passo, ad essere - ha detto Bagnasco ancora rivolgendosi al nuovo vescovo - con i tuoi sacerdoti e grazie a loro vicino a tutti».

 

Un duplice evento quello che ha vissuto, sabato 5 settembre, la diocesi di Rieti con la consacrazione episcopale e l’inizio del ministero di monsignor Domenico Pompili. Il prelato, già sottosegretario e direttore Ufficio nazionale comunicazioni sociali della Cei, è stato infatti consacrato e, sempre nella stessa cerimonia liturgica, ha preso possesso della cattedrale reatina: coincidenza che nella diocesi non si verifica da 90 anni. A presiedere la celebrazione nella cattedrale di S. Maria Assunta è stato il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Cei. Concelebranti principali monsignor Delio Lucarelli, amministratore apostolico di Rieti; monsignor Lorenzo Loppa, vescovo di Anagni-Alatri, diocesi di provenienza di mons. Pompili; monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Cei; monsignor Lorenzo Chiarinelli, vescovo emerito di Viterbo. Concelebravano altri tre cardinali, quello di Firenze, Giuseppe Betori, quello di Perugia Gualtiero Bassetti, e il vicario di Roma Agostino Vallini, e una trentina di altri vescovi italiani, tra i quali il predecessore di Pompili all'Ufficio Comunicazioni Sociali, l'assistente ecclesiastico generale dell'Università Cattolica, Claudio Giuliodori, e il vescovo di Ascoli Piceno e storico conduttore delle rubriche religiose di Rai Due, Giovanni D'Ercole. Tra i numerosi sacerdoti concelebranti, anche il successore di don Domenico quale portavoce Cei, don Ivan Maffeis, il predecessore Francesco Ceriotti, il portavoce vaticano, Federico Lombardi e il direttore di Civiltà Cattolica. Nell'omelia, Bagnasco ha descritto Pompili come un «generoso collaboratore della Cei in qualità di direttore dell'Ufficio Comunicazioni Sociali e di sottosegretario» che, ha affermato, «il Santo Padre Francesco dona come vescovo a questa veneranda Chiesa». «Oggi caro Don Domenico - ha continuato l'arcivescovo di Genova - riceverai una paternità nuova che ispirerà il tuo modo di pensare e di amare, di guardare il tuo popolo, il tuo Clero, la vita. E di questo modo nuovo, il primo ad essere sorpreso sarai proprio tu. Si tratta di una dilatazione del cuore che ti permetterà di rapportarti alla tua Comunità in modo puntuale e insieme ampio, in modo preciso e nello stesso tempo profondo». «Si tratta - ha concluso il cardinale - di quella sapienza, lucida e insieme benevola, propria del padre di famiglia che guarda nella verità i suoi figli, e li sostiene con amore; che riconosce lieto anche il più piccolo frammento di bene e lo valorizza nell'armonia della Comunità ecclesiale. Sarai rivestito di un manto di pazienza che sa che i tempi di Dio non sono i nostri, e che la Chiesa è innanzitutto di Cristo: noi siamo servi inutili, poveri uomini... Quante volte ti sentirai soverchiato dalla paternità di Dio, della quale sei il primo beneficato ma anche misteriosamente ministro: una paternità che avvertirai non nascere dalla tua umanità ma dall'alto, come dono dello Spirito. Sempre, soprattutto nei momenti più difficili, appellati a questo dono, invoca la Sorgente della grazia. Dove poter andare diversamente, nei momenti dell'ombra e della croce, se non rifugiarci nella sua promessa e nella sua presenza?».

 

 

“Desidero, insieme a tutti, credenti e non credenti, lavorare per crescere insieme”

Effatà, apriti! In una parola tutto il programma del vescovo di Rieti di Domenico Pompili

Effatà! L’imperativo del Maestro compie un miracolo. D’incanto si aprono i padiglioni auricolari e si scioglie il nodo che serrava la gola del sordomuto. Quest’uomo non ha un nome perché ci rappresenta tutti. Dice la nostra incapacità di parlare e ancor prima di ascoltare. È curioso: mentre la tecnologia continua a stupirci con nuove possibilità di contatto la capacità di comprendersi sembra venir meno e così quella di capirsi e di camminare insieme. La missione della Chiesa, quella di sempre, è rendere possibile ogni volta di nuovo questo miracolo: restituire a ciascuno la parola e ancor prima la disponibilità ad ascoltarsi. Infatti “ogni vita vera è incontro” (M. Buber) e fuori da questo si diventa facile preda dell’isolamento e dello scoraggiamento. In questa Chiesa di Rieti fino ad oggi il ‘manutentore’ della comunicazione del Vangelo è stato il vescovo Delio e con lui i presbiteri, i diaconi, le religiose e i religiosi, tanti laici, donne ed uomini. A loro va il mio grazie sincero nel momento in cui assumo l’onere e l’onore della guida pastorale. Una guida che sarà fatta soprattutto di ascolto, di accoglienza, di vicinanza, di cammino comune. Testimoni di questa mia intenzione, vi chiedo sin da ora di aiutarmi a tenervi fede. Apriti! La parola di Gesù è perentoria perché la sordità è una possibilità fisica, ma più di frequente una condizione psicologica e spirituale. “Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire”, ci diciamo tra il serio e il faceto. E forse è questa condizione di incomunicabilità una fotografia attendibile del nostro tempo, dove ognuno si sente più solo, schiacciato dal proprio quotidiano, incapace di cogliere che siamo tutti sulla stessa barca. Siamo un po’ sordi e, dunque, spaesati, tante volte sulle difensive. Ma la fede è l’antidoto più efficace a questa confusione delle lingue, a questo senso di estraneità reciproca perché Dio è sempre per strada con noi a rimuovere i nostri ostacoli. E lo fa nella concretezza delle nostre vite: con dei gesti fisici perfino urticanti, che l’evangelista Marco si premura di precisare. Gesù, infatti, mette le sue dita nelle orecchie e, addirittura, si avvicina con la saliva delle sue labbra alla bocca dell’uomo. Come a dire che bisogna restituire fiducia all’altro, esporsi al contatto imbarazzante, dare atto di una vicinanza del cuore, di una carezza della mano prima che della parola. L’Anno della Misericordia, indetto da papa Francesco – che ancora una volta intendo ringraziare per la fiducia – il Giubileo che sta per aprirsi vuol essere simbolicamente una rimessa a fuoco di questa verità che è una via molto concreta da percorrere. Esiste un tempo per ricominciare, aperto a tutti! Non basato sulle nostre timide ed incerte capacità, ma sull’iniziativa di Dio, perché “ogni inizio è involontario. Dio è l’agente”, riconosceva persino uno spirito inquieto come Pessoa. L’uomo deve solo aprirsi, schiudendo la porta della sua incomunicabilità. Diventeremo così pronti a percepire e a sentire come nostro il grido dei disoccupati che non mancano neanche a Rieti, il grido degli immigrati che continuano ad approdare nel nostro Paese, il grido degli ammalati, il grido dei carcerati (e qui in prima fila ce n’é qualcuno!), il grido dei giovani, degli adulti, delle donne e degli uomini. Quando l’ascolto accade l’azione viene da sé. Si potrebbe dire: «Agere sequitur obaudire», cioè è inevitabile! “Hai fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti” Se posso inserirmi in questa lode – per chiudere – vorrei proclamare anch’io con stupore da quanti sono stato aiutato a crescere nella fede e nell’esperienza umana. Vorrei partire dalla mia famiglia: dai miei genitori dai quali ho imparato l’ascolto quando da bambino di notte li sentivo confabulare a letto, a lungo e sempre con rispetto e tenerezza. Ma vorrei anche dire di mia sorella Elisa e di mio fratello Marco che mi hanno insegnato la priorità dell’agire sull’interpretare. E poi i miei educatori, in particolare p. Mario Rosin S.J.; i miei vescovi, in particolare mons. Belloli di cui porto il pastorale, e i preti della mia chiesa madre di Anagni-Alatri, le religiose e i religiosi, i laici che ho avuto la fortuna di incontrare in questi anni: ad Anagni e a Vallepietra, ad Alatri e a Roma, in giro per l’Italia. Non senza far riferimento alla straordinaria opportunità che è stato il servizio in seno alla Conferenza Episcopale Italiana, per cui ringrazio – volendo includere tutti – il Presidente e il Segretario generale della CEI. Ogni incontro è irripetibile e custodisce un suo mistero, ma ogni volta è stato un modo concreto per sottrarsi alla chiusura e al ripiegamento. E si è rivelato una scossa di vita. Ora si comincia a Rieti. Sono fiducioso che gli incontri e le cose da fare si moltiplicheranno. Ho la sensazione di gente solida che ha a che fare con problemi concreti in un contesto suggestivo e vivibile. E che ha tanto da dare e da condividere. Desidero, insieme a tutti, credenti e non credenti, lavorare per crescere insieme. In umanità. Che Dio ci aiuti. Amen!

 

Tre stelle e un albero nello stemma di Pompili: «perché portiate frutto»

Sono le parole «Ut fructum afferatis» – quelle dell’addio di Gesù ai suoi discepoli alla vigilia della Passione – a comporre il motto scelto da monsignor Domenico Pompili a corredo del suo stemma episcopale: «perché portiate frutto». La frase in latino è posta alla base dell’immagine che il neo vescovo della diocesi reatina ha voluto come proprio stemma. «Le tre parole del motto episcopale – spiega una nota illustrativa – si ispirano al capitolo 15 del Vangelo di Giovanni. In esso il legame tra la vite e i tralci descrive la profonda e vitale intimità del rapporto tra il Maestro e i suoi discepoli. Il denso testo giovanneo giunge all’apice con la seguente affermazione: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto” (15, 16). La stringatezza che esige un motto, dando per acquisito l’andare, che oggi particolarmente segna la stagione ecclesiale di Papa Francesco, si concentra così sull’augurio che si apre al futuro: “affinché portiate frutto”. L’uso del singolare a proposito del frutto ne sottolinea con più forza la necessità; mentre il plurale del verbo lascia intendere la pluralità del popolo Dio, di cui il Vescovo è fatto pastore». Il motto di mons. Pompili risuona dunque come invito per tutti i discepoli di Gesù, perché ognuno svolga la propria parte per il bene comune. Chiamati al sacerdozio ministeriale, alla vita consacrata, alla vita coniugale, all’impegno nel mondo: a tutti è chiesto di rispondere con generosità al Signore, sostenuti dalla sua Parola che ci rasserena: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi». Quanto all’araldica, don Domenico ha portato a compimento l’intuizione già accennata a «Frontiera» lo scorso maggio. «Un giovane del mio paese di origine – spiegava – mi ha fatto notare che la mia famiglia nel ‘700 aveva uno stemma. Ho cominciato a guardarlo con una certa curiosità e probabilmente ispirerà un po’ la scelta». Lo stemma presenta «un albero in florida fogliazione sormontato da tre stelle d’oro. Nella simbologia araldica, fin dal XII secolo, l’albero è da sempre simbolo di concordia e, quando viene rappresentato con i rami coperti di foglie e non secchi, è anche segno di vitalità. Nello specifico, il verde dell’albero richiama la terra reatina caratterizzata da una sequela di floride catene montuose dove scorrono innumerevoli sorgenti di acque potabili, di rara purezza». Un significato anche per lo sfondo argenteo su cui campeggia l’albero: è «simbolo della trasparenza, quindi della verità e della giustizia, doti indispensabili a sostegno dell’impegno pastorale del Vescovo». Le tre stelle, «simbolo di luce e di orientamento», alludono alla «luce del mistero della Trinità», ma anche «a Maria, la madre di Dio e della Chiesa». Sono su uno «sfondo azzurro, colore simbolo del cielo e quindi dei desideri che fanno da contrappeso al radicamento alla terra di cui l’albero è immagine». Nel suo insieme l’araldica evoca «la bellezza e la freschezza di un’area naturalistica che rappresenta il “cuore blu” di questo territorio, che incantò san Francesco tanto da farne la sua terra di adozione, “la valle santa”».

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