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IL MINISTERO PAPALE DEL VESCOVO DI ROMA, DAL PUNTO DI VISTA ECUMENICO Lectio Magistralis del Card. Kurt Koch, all'Accademia Bonifaciana in occasione dell'Aperura dell'Anno Accademico 2016-17 e del Conferimento del Premio Internazionale Bonifacio VIII PDF Stampa E-mail
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Eminenze ed Eccellenze Reverendissime, Venerato Rettore Presidente dell’Accademia Bonifaciana Comm. Dott. Sante De Angelis, Venerato Presidente del Comitato Scientifico, Sua Eccellenza Franco Croci, Autorità Religiose, Civili e Militari, Signori Accademici, Sorelle e fratelli nel Signore, Vi ringrazio di cuore per il grande onore accordatomi con il conferimento del Premio Internazionale Bonifacio VIII. Sono lieto di essere qui ad Anagni, dove il Palazzo dei Papi ci ricorda il tempo in cui i pontefici risiedevano in questa città. Qua, nel 1235, nacque Benedetto Caetani, che diventerà Papa Bonifacio VIII, e sempre qua avvenne contro il Papa il famoso “attentato di Anagni”, che fu all’origine del trasferimento della residenza papale ad Avignone. Per quanto Papa Bonifacio VIII abbia vissuto nel periodo di passaggio tra l’alto Medioevo ed il tardo Medioevo e, dunque, in un mondo ben diverso dal nostro, esistono alcuni parallelismi con la situazione odierna

Bonifacio è uno dei pochissimi pontefici che dovette il pontificato al fatto che il suo predecessore, Papa Celestino, si fosse ritirato dal suo ministero. In questo senso, egli è il diretto predecessore di Papa Francesco, che è stato eletto Papa dopo le dimissioni di Papa Benedetto XVI. Certamente, a differenza di quanto avvenne allora, quando Papa Bonifacio fece rinchiudere in prigione Celestino, temendo uno scisma, oggi non sussiste un simile rischio: tra il Papa attuale ed il Papa emerito c’è piuttosto una bella fratellanza. Dato che il Giubileo della Misericordia si è appena concluso, è interessante poi ricordare che fu proprio Papa Bonifacio VIII il primo ad indire un Giubileo, stabilendo, con la sua bolla “Antiquorum habet fida relatio” del 22 febbraio 1300, che ogni cento anni si celebrasse un Anno Santo. Nonostante questi parallelismi, ci sono naturalmente molte differenze tra la situazione di allora e quella di oggi. Per citarne una tra le più importanti: Papa Bonifacio VIII visse in un mondo in cui il cristianesimo in occidente non era ancora diviso. Al contrario, Papa Francesco vive in un’epoca ecumenica ed ha un cuore aperto all’ecumenismo. Ecco perché ho ritenuto utile, nella mia lectio magistralis, collegare il tema del papato al tema dell’ecumenismo, soffermandomi sulla questione del papato del Vescovo di Roma nella discussione ecumenica attuale. 1. L’invito del Papa al dialogo ecumenico sul papato “Il papa, lo sappiamo bene, è senza dubbio l’ostacolo più grave sulla strada dell’ecumenismo.” Questa onesta ammissione fu fatta dal beato Papa Paolo VI, con la franchezza che lo caratterizzava, durante la visita che effettuò al Segretariato per l’unità dei cristiani nel 1967[1]. A tale onesta ammissione ha fatto riferimento il Santo Papa Giovanni Paolo II nella sua enciclica sull’impegno ecumenico, “Ut unum sint”, nella quale egli dichiara che il ministero del Vescovo di Roma costituisce “una difficoltà per la maggior parte degli altri cristiani, la cui memoria è segnata da certi ricordi dolorosi”[2]. Ma Papa Giovanni Paolo II era anche convinto che il ministero affidato al successore di Pietro fosse, principalmente, un ministero di unità e che trovasse “la sua particolare spiegazione” nell’ambito dell’ecumenismo.[3] Pertanto, nella parte finale della sua enciclica, egli dedica un’approfondita riflessione al “ministero d’unità del Vescovo di Roma” ed, in questo contesto, lancia un appello alla propria Chiesa, ma anche a tutto il mondo ecumenico, ad intraprendere insieme a lui un dialogo paziente e fraterno sul primato del Vescovo di Roma, affinché si riesca a trovare “una forma di esercizio del primato che, pur non rinunciando in nessun modo all’essenziale della sua missione, si apra ad una situazione nuova”, e, più precisamente, questo ministero “possa realizzare un servizio di amore riconosciuto dagli uni e dagli altri”[4]. Su questa distinzione tra l’essenza del primato e la forma concreta del suo esercizio è tornato più volte anche Papa Benedetto XVI ed ha rinnovato l’invito rivolto al riguardo al mondo ecumenico. Muovendosi nella stessa direzione, Papa Francesco segue, con uno spirito di grande apertura, il cammino preparato dai suoi predecessori, riconoscendo al contempo che “siamo avanzati poco in questo senso”. Papa Francesco è tuttavia convinto che il papato e le strutture centrali della Chiesa universale debbano ascoltare l’appello ad un nuovo orientamento pastorale: “A me spetta, come Vescovo di Roma, rimanere aperto ai suggerimenti orientati ad un esercizio del mio ministero che lo renda più fedele al significato che Gesù Cristo intese dargli e alle necessità attuali dell’evangelizzazione.”[5] Dal Concilio Vaticano Secondo in poi, tutti i pontefici che si sono susseguiti hanno rivolto un invito a condurre un dialogo sul papato ed hanno compiuto passi fondamentali verso un’intesa ecumenica sul tema del ministero papale del Vescovo di Roma, tema importante per la Chiesa cattolica ma anche controverso nel mondo ecumenico. Per riprendere ed approfondire queste iniziative promettenti, gli anni scorsi il Pontificio Comitato di scienze storiche[6], la Congregazione per la dottrina della fede[7] ed il Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani[8] hanno organizzato Simposi scientifici sulla teoria e sulla prassi del primato del Vescovo di Roma. 2. Il ministero papale nel dialogo ecumenico Con la distinzione tra l’essenza del primato del Vescovo di Roma e la forma concreta del suo esercizio si è senz’altro aperto il cammino alla visione ecumenica sulla teologia e sulla prassi del primato del Vescovo di Roma. Tuttavia, nel dialogo ecumenico è evidente anche il fatto che è estremamente difficile condurre in modo diretto una conversazione ecumenica sul ministero papale. Di fatti, il tema del primato del Vescovo di Roma non tocca una questione singola, isolata. Esso rappresenta piuttosto la punta di un iceberg, poiché, nel trattare l’argomento, arrivano sul tavolo anche i problemi ecumenici irrisolti, relativi soprattutto all’ecclesiologia e al ministero ecclesiale. Alla luce di ciò, è normale che la questione del ministero papale si ponga in maniera diversa quando si tratta di elaborare ecumenicamente lo scisma della Chiesa tra Oriente ed Occidente nell’XI secolo rispetto a quando si tratta di superare ecumenicamente la divisione della Chiesa d’Occidente del XVI secolo. Di conseguenza, anche il tentativo di elaborare una risposta alla questione ecumenica del ministero papale deve avvenire in dialoghi ecumenici diversi. a) Il ministero papale nel dialogo con le Chiese dell’Oriente Il dialogo ecumenico con le Chiese ortodosse dell’Oriente sulla questione del ministero papale può partire dal fatto che esse conoscono e riconoscono una taxis delle sedi apostoliche nell’ordine di Roma, Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme, dove Roma è al primo posto ed al Vescovo di Roma spetta il primato onorifico, conformemente a quanto può essere costatato nella realtà ecclesiale del primo millennio. Successivamente però, con lo sviluppo del primato del Vescovo di Roma nella tradizione latina del secondo millennio, le Chiese dell’Oriente sperimentano una distorsione o addirittura una “distruzione della struttura ecclesiale” come tale, “a seguito della quale subentra qualcosa di diverso e di nuovo al posto della forma cristiana primitiva”[9]. Risulta allora evidente che, alla base della visione ortodossa e cattolica, vi sono due ecclesiologie differenti e che la questione del primato deve essere trattata all’interno di un più ampio contesto ecclesiologico. L’ecclesiologia ortodossa può essere definita in maniera più adeguata come ecclesiologia eucaristica, un’ecclesiologia che fu sviluppata per la prima volta da teologici russi esiliati a Parigi dopo la prima guerra mondiale, volutamente in opposizione al centralismo del papato che questi teologi ravvisavano nella Chiesa cattolica. Conformemente a questa ecclesiologia eucaristica, la Chiesa di Gesù Cristo è presente e realizzata in ogni Chiesa locale riunita intorno al proprio Vescovo nella quale si celebra l’eucaristia. Pertanto, ogni comunità eucaristica è pienamente Chiesa e non le manca niente. Ciò implica soprattutto il fatto che non può esserci a livello universale, ad eccezione di un concilio ecumenico, alcun principio visibile ed efficace di unità della Chiesa dotato di un potere in un certo senso conformato giuridicamente, come quello che la Chiesa cattolica individua e riconosce nel ministero petrino. La Chiesa ortodossa si concepisce e si realizza piuttosto come comunità di Chiese autonome ed autocefale, così che la sua ecclesiologia è fortemente influenzata dal concetto di autocefalia e dal principio di nazionalità ad esso legato. La differenza fondamentale tra ecclesiologia ortodossa ed ecclesiologia cattolica può essere pertanto ravvisata nella visione di una relazione controversa tra Chiesa locale e Chiesa universale. Mentre la Chiesa cattolica ha una costituzione locale ed al contempo universale, sia episcopale che papale, ed è dunque communio ecclesiarum e communio ecclesiae, l’ecclesiologia ortodossa implica un’ecclesiologia fortemente basata sul concetto di Chiesa locale. Al riguardo, nel dialogo ecumenico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa, è stato possibile compiere un importante passo avanti durante l’Assemblea Plenaria della Commissione mista internazionale riunitasi a Ravenna nel 2007. Nel documento, allora approvato, intitolato “Le conseguenze ecclesiologiche e canoniche della natura sacramentale della Chiesa. Communio ecclesiale, conciliarità e autorità”[10], si afferma che la sinodalità ed il primato sono interdipendenti e che la Chiesa a tutti i livelli, e dunque non solo a livello locale e regionale, ma anche a livello universale, ha bisogno di un protos. Poiché cattolici ed ortodossi hanno potuto dichiarare questo insieme, per la prima volta, il documento di Ravenna rappresenta senza dubbio una pietra miliare. Durante la Plenaria della Commissione a Chieti, lo scorso settembre, abbiamo potuto concretizzare ed approfondire ulteriormente la questione con il nuovo documento “Sinodalità e primato nel primo millennio. Verso un’intesa comune al servizio dell’unità della Chiesa”. Con ciò, è stato preparato il terreno sul quale si potrà pervenire in futuro ad un consenso sul primato del Vescovo di Roma. Non è al momento prevedibile quando si potrà raggiungere un solido consenso sul ministero papale nel contesto del rapporto tra sinodalità e primato, nella loro reciproca interdipendenza. Certamente non è ad un compromesso intorno al minimo denominatore comune che si tenta di arrivare. Piuttosto, si dovranno far interloquire i punti di forza di entrambe le Chiese, confidando nel fatto che esse saranno disposte ad imparare l’una dall’altra e dando prova del principio fondamentale del dialogo ecumenico che consiste nel mutuo scambio di doni. Per poter avanzare in questa difficile questione del dialogo cattolico-ortodosso, entrambe le parti devono fare passi l’una verso l’altra. Da un lato, la Chiesa cattolica dovrà ammettere di non aver ancora sviluppato nella sua vita e nelle sue strutture ecclesiali quel livello di sinodalità che sarebbe teologicamente possibile e necessario. Questo è un presupposto fondamentale se si vuole fare in modo, con convinzione, che il principio primaziale ed il principio sinodale non si escludino a vicenda ma si implichino l’un l’altro. Il rafforzamento della sinodalità nella vita della Chiesa cattolica sarebbe sicuramente il contributo più importante della Chiesa cattolica al riconoscimento, nell’ortodossia, di un primato a livello di Chiesa universale. In questo senso, nella sua Lettera apostolica “Evangelii gaudium”, Papa Francesco ha sottolineato che, nei dialoghi ecumenici, si tratta soprattutto di “raccogliere quello che lo Spirito ha seminato” nelle altre Chiese e Comunità ecclesiali “come un dono anche per noi”, ed ha poi fatto un esempio concreto, affermando: “nel dialogo con i fratelli ortodossi, noi cattolici abbiamo la possibilità di imparare qualcosa di più sul significato della collegialità episcopale e sulla loro esperienza della sinodalità.”[11] Dall’altro lato, nel dialogo ecumenico, le Chiese ortodosse possono imparare che un primato anche al livello universale della Chiesa non è soltanto possibile e teologicamente legittimo, ma è anche necessario, e che le stesse tensioni all’interno dell’ortodossia suggeriscono che occorre riflettere su un ministero dell’unità a livello universale, il quale non è assolutamente in contrasto con l’ecclesiologia ortodossa, ma è con essa compatibile. La sfida che devono assumersi le Chiese ortodosse è dunque quella di affrontare in maniera decisa il loro problema ecclesiologico centrale, ovvero l’autocefalia delle Chiese nazionali e la loro inerente tendenza al nazionalismo. Al riguardo, possiamo costatare con gratitudine che anche alcuni teologi ortodossi, come ad esempio John Meyendorff, considerano il concetto di Chiese nazionali autocefale come il vero problema all’interno dell’ortodossia e ritengono alquanto urgente una riflessione teologica sull’argomento[12]. In questo consiste il contributo che l’ortodossia può apportare, affinché sia spianato il terreno per una riconciliazione teologica tra l’ecclesiologia ortodossa ed il principio del ministero petrino. Allora, il primato del Vescovo di Roma non si presenterebbe più, come ha fatto finora, quale “ostacolo più grave” al ripristino della piena comunione ecclesiale con le Chiese dell’Oriente, ma come “maggiore opportunità”. Infatti, esso permetterebbe di compiere “passi vincolanti verso l’unità”[13] e si porrebbe al servizio della ricomposizione della Chiesa una e indivisa in Oriente ed in Occidente, la quale deve avere come obiettivo il ristabilimento della comunione eucaristica, come affermò con particolare chiarezza nel 1968 il Patriarca Ecumenico Athenagoras: “È giunta l’ora del coraggio cristiano. Ci amiamo gli uni gli altri; professiamo la stessa fede comune; incamminiamoci insieme verso la gloria del sacro Altare comune, affinché il mondo creda e la pace di Dio venga su tutti.”[14] b) Il ministero papale nel dialogo con le Chiese della Riforma Affinché questo ostacolo principale si trasformi sempre più ed in maniera sempre più convincente nella principale opportunità, la questione teologica del rapporto tra primato e sinodalità deve essere approfondita. Il progresso del dialogo cattolico-ortodosso ha dunque importanti conseguenze anche per il dialogo sul ministero papale con le Chiese e le Comunità ecclesiali nate dalla Riforma. Di fatti, la grande divisione della Chiesa del XVI secolo può essere compresa correttamente soltanto alla luce dello scisma della Chiesa tra Oriente ed Occidente. Questo scisma è una delle cause principali all’origine dello sviluppo unilaterale del cristianesimo latino ed ha provocato quella grave crisi nel tardo Medioevo che condurrà alla fine anche alla tragica rottura all’interno del mondo cristiano d’Occidente. Neppure il dialogo ecumenico con le Chiese della Riforma sul ministero papale può concentrarsi soltanto su singole differenze dottrinali quali il primato del Vescovo di Roma. Con la Riforma, è nato un nuovo tipo di Chiesa che si differenzia sostanzialmente dalla struttura ecclesiale della Chiesa primitiva. Questo nuovo tipo si mostra, nella storia del protestantesimo, già a livello linguistico attraverso l’ampio rifiuto del termine “Chiesa”, che venne sostituito con la parola “comunità”, la quale continua ad essere impiegata tutt’oggi.[15] Già Martin Lutero aveva giudicato il termine “Chiesa” una “parola cieca e confusa”[16], un concetto negativo, ed aveva preferito esprimere la natura teologica della Chiesa con il termine “comunità”. Tale visione prosegue nella storia del protestantesimo fino al famoso teologo protestante Karl Barth che, ancora negli anni sessanta, ritiene “consigliabile teologicamente” “evitare, se non del tutto, almeno per quanto possibile, la parola «Chiesa» oscura e pesantemente connotata e, ad ogni modo, interpretarla subito e coerentemente con la parola «comunità»”[17]. Oggi, è vero, le Comunità protestanti si concepiscono risolutamente come Chiese, ma mantengono, nella loro ecclesiologia, una forte enfasi sul concetto di comunità. L’ecclesiologia protestante ha il suo chiaro punto focale ed il suo centro gravitazionale nella comunità locale concreta. Secondo la visione protestante, la Chiesa di Gesù Cristo, nella sua pienezza, è presente nella comunità concreta che celebra il culto divino, riunita intorno alla Parola ed al sacramento. La comunità locale è la realizzazione prototipica della Chiesa. Le singole comunità vivono in uno scambio tra di loro. Esiste dunque un aspetto sovra-comunitario, ma, dal punto di vista teologico, rimane in secondo piano, e questo vale soprattutto per la dimensione di Chiesa universale che ha la Chiesa. L’eliminazione o, quantomeno, la scarsa sottolineatura, dal punto di vista teologico, dell’aspetto di Chiesa universale della Chiesa è il vero e proprio motivo per cui l’ecclesiologia protestante non ha una teologia - da tutti riconosciuta - del ministero episcopale e tanto meno una teologia del ministero a livello di Chiesa universale, come quello riconosciuto dalla Chiesa cattolica nel ministero petrino del Vescovo di Roma. In fondo, nell’ecclesiologia protestante, non ci si pone neppure la questione. Se infatti si vede nella singola comunità concreta la forma decisiva in cui la Chiesa si realizza, allora anche il ministero del pastore della comunità locale risulta essere il prototipo del ministero ecclesiale. Quanto al ministero papale, secondo i presupposti dell’ecclesiologia protestante, esso potrebbe essere preso in considerazione soltanto da un punto di vista pragmatico, non in una prospettiva relativa alla costituzione della Chiesa. Per far avanzare il dialogo sul ministero papale, occorre innanzitutto un chiarimento dell’ecclesiologia, in particolare del rapporto tra Chiesa locale e Chiesa universale. In questo contesto, affiora la differenza fondamentale esistente tra la situazione odierna e quella in cui visse Martin Lutero. Al riformatore interessava soprattutto una riforma complessiva nel senso del rinnovamento di tutta la Chiesa, non una riforma che comportasse la rottura dell’unità della Chiesa e la nascita di nuove Chiese riformate. Per questo, Martin Lutero non rifiutò il ministero papale in quanto tale, ma subordinò la sua approvazione a condizioni specifiche che, in ultima analisi, esigono “che il ministero papale si liberi dei suoi tratti e – summa summarum – ”[18]. Anche l’aspra critica di Lutero al Papa non si rivolgeva, almeno agli inizi del suo operato, contro il ministero papale in sé, ma contro l’abuso che, secondo Lutero, veniva fatto del suo esercizio. Martin Lutero ha dunque anticipato, seppure in toni fortemente polemici, la distinzione proposta da Papa Giovanni Paolo II tra l’essenza del primato del Vescovo di Roma e la forma concreta del suo esercizio. Con Lutero, non sarebbe quindi difficile un’intesa ecumenica sul ministero papale, nella misura in cui esso “permetta il Vangelo”. Una simile intesa sarebbe comunque molto più semplice rispetto ad un’intesa nella situazione ecumenica attuale, poiché oggi, all’interno del protestantesimo, non esiste neppure un consenso sulla possibilità che, nella Chiesa, per motivi teologici, ci possa o ci debba essere un ministero papale. Al riguardo, diverse sono le posizioni nelle Chiese riformate. Ci sono ad esempio teologi come Wolfhart Pannenberg, il quale ritiene necessario un ministero dell’unità dei cristiani nella fede apostolica anche a livello di Chiesa universale ed in riferimento a tutto il mondo cristiano[19]; ci sono invece teologi che non credono conciliabile il ministero papale con l’ecclesiologia protestante; e ci sono poi teologi che riconoscerebbero un ministero dell’unità a livello universale soltanto per motivi pragmatici, ma non ecclesiologici. Fin tanto che non esisterà un solido consenso al riguardo, il dialogo ecumenico sul ministero papale condotto con le Chiese e le Comunità ecclesiali nate dalla Riforma dovrà concentrarsi su questioni fondamentali di ecclesiologia. Alla luce di quanto detto finora, sarà bene fare alcune riflessioni conclusive sul modo in cui, dal punto di vista cattolico, si può concepire un’intesa ecumenica sul ministero papale. 3. Un’intesa ecumenica sul ministero papale dal punto di vista cattolico Riassumendo, possiamo dire che l’ecclesiologia ortodossa è essenzialmente un’ecclesiologia eucaristica e che, anche alla base dell’enfasi posta sulla comunità locale dall’ecclesiologia protestante, vi è fondamentalmente un’ecclesiologia orientata verso il culto divino. Per tener conto di entrambe, dovremo approfondire ulteriormente la teologia cattolica sul ministero papale, adoperandoci affinché il primato del Vescovo di Roma non sia un elemento meramente giuridico o una semplice aggiunta all’ecclesiologia eucaristica, ma si fondi proprio su di essa. Di fatti, la Chiesa, che si concepisce come una rete mondiale di comunità eucaristiche, ha bisogno anche a livello universale di un ministero autorevole di unità; e il primato del Papa di Roma, in ultima analisi, può essere compreso soltanto partendo da questa rete eucaristica mondiale[20], sulla quale Papa Benedetto XVI ha richiamato più volte l’attenzione, anche e soprattutto da un punto di vista ecumenico[21]. Lo stretto legame tra ministero petrino ed eucaristia è stato espresso già molto tempo fa da Ignazio di Antiochia, il quale, nella lettera rivolta ai Romani nel 110, descrive la cattedra del Vescovo di Roma come quella Chiesa che ha il “primato nella carità”. Poiché, nella Chiesa primitiva, il termine “carità” – “agape” – indicava anche ed in particolar modo il mistero dell’eucaristia, nella quale è sperimentabile intensamente l’amore di Cristo per la sua Chiesa, si capisce chiaramente che il Vescovo di Roma assume la sua particolare responsabilità soprattutto vivendo il “primato nella carità” ed unendo nell’eucaristia tutte le Chiese locali del mondo alla Chiesa universale, in modo da rendere la Chiesa esperibile come communio ecclesiarum e communio ecclesiae. Precisamente alla luce di questo ministero, l’ecclesiologia eucaristica e l’ecclesiologia universale non possono escludersi l’un l’altra; piuttosto, esse si esigono e si supportano a vicenda. Di conseguenza, il ministero del Vescovo di Roma deve essere inteso come primato nella carità in senso eucaristico, un primato che garantisce l’unità nella Chiesa, che permette e tutela la comunione eucaristica ed evita, in maniera efficace e credibile, che un altare si contrapponga ad un altro altare. In questo senso fondamentale, il primato del Vescovo di Roma, che si pone al servizio dell’unità eucaristica della Chiesa e che si adopra affinché la Chiesa trovi sempre il suo criterio e la sua misura nell’eucaristia, dimostrando di essere così un elemento coesivo della cattolicità, si rivela come parte essenziale e permanente della Chiesa. Se il ministero petrino del Vescovo di Roma viene compreso a partire dall’eucaristia, risulterà evidente che il suo primato nella carità ed il suo primato nella dottrina della fede sono legati inscindibilmente. Da un lato, il primato nella fede è legato al primato nella carità. Il primato del Vescovo di Roma nella fede deve essere un primato nella carità. Infatti, la dottrina della Chiesa può arrivare realmente agli uomini soltanto se conduce alla carità. Dall’altro lato, la carità, al cui servizio deve porsi il Vescovo di Roma in modo particolare, si fonda sulla fede. Il primato nella carità consiste infatti, principalmente, in un impegno all’obbedienza davanti alla volontà di Dio. È un ministero di obbedienza nella fede. Il ministero petrino di unità è quindi innanzitutto un “ministero di fede”[22] e di questo primatus fidei il papa è il testimone autorevole. Infatti, il servizio personale di testimonianza, per il quale il testimone è responsabile personalmente, fa parte di ogni ministero della Chiesa e dunque anche del ministero papale. Poiché nella Chiesa l’autorità spetta in ultima analisi soltanto a Gesù Cristo quale Capo e Signore della Chiesa, l’autorità umana può essere esercitata soltanto nel suo nome e come suo testimone, incaricato personalmente. Se si tiene conto di questa dimensione martirologica del ministero papale, allora non lo si potrà intendere soltanto come un primato onorifico. Nell’accezione biblica ed in quella della Chiesa primitiva, l’ “onore” includeva, sempre, anche l’autorità, nel senso che si doveva rispettare colui al quale si riconosceva l’onore. Ma, soprattutto, un ministero non dotato anche di potere non servirebbe molto, o non servirebbe affatto, proprio in quelle situazioni in cui ci sarebbe maggiormente bisogno di esso. Nell’interpretare il primato del Vescovo di Roma, non si può pertanto escludere l’aspetto giurisdizionale. Piuttosto, si dovrà reintegrare il primato nel contesto complessivo della Chiesa, come ha proposto Hans Urs von Balthasar, il cui famoso libro “Il complesso antiromano” ha come sottotitolo chiarificatore, in maniera significativa, il seguente: “Come integrare il papato nella Chiesa universale?”[23] Il modo migliore di integrare il primato del Vescovo di Roma nella Chiesa universale, anche e precisamente dal punto di vista ecumenico, consiste nel comprenderlo come un primato nell’obbedienza davanti al Vangelo, come è stato evidenziato dalla Congregazione per la dottrina della fede nelle sue considerazioni su “Il Primato del successore di Pietro nel ministero della Chiesa”: “Il Romano Pontefice è — come tutti i fedeli — sottomesso alla Parola di Dio, alla fede cattolica ed è garante dell’obbedienza della Chiesa e, in questo senso, servus servorum. Egli non decide secondo il proprio arbitrio, ma dà voce alla volontà del Signore, che parla all’uomo nella Scrittura vissuta ed interpretata dalla Tradizione; in altri termini, la episkopè del Primato ha i limiti che procedono dalla legge divina e dall’inviolabile costituzione divina della Chiesa contenuta nella Rivelazione.”[24] Il Vescovo di Roma, il cui compito è quello di far sì che la Chiesa sia sempre obbediente alla Parola di Dio, è chiamato a dare prova lui stesso di obbedienza esemplare. Pertanto, non può auto concepirsi, nel senso di una monarchia politica, come regnante assoluto, che seguirebbe soltanto il proprio volere. Ma non può neppure intendere il proprio ministero in maniera riduttiva come un semplice primato onorifico. Il suo è piuttosto, in maniera più vincolante, un ministero della fede ed, in maniera più credibile, un ministero della carità, e dunque un ministero di unità della Chiesa. Al riguardo, Papa Francesco, durante la visita effettuata nel 2014 al Patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo, ha voluto assicurare che “per giungere alla meta sospirata della piena unità, la Chiesa cattolica non intende imporre alcuna esigenza, se non quella della professione della fede comune, e che siamo pronti a cercare insieme, alla luce dell’insegnamento della Scrittura e della esperienza del primo millennio, le modalità con le quali garantire la necessaria unità della Chiesa nelle attuali circostanze: l’unica cosa che la Chiesa cattolica desidera e che io ricerco come Vescovo di Roma, «la Chiesa che presiede nella carità», è la comunione con le Chiese ortodosse.”[25] Partendo da questi presupposti, vi sono motivi per sperare e per immaginarsi che si possa giungere ad un consenso sul ministero papale, così che il primato del Vescovo di Roma possa porsi interamente al servizio della Chiesa una e indivisa in Occidente ed in Oriente. La Chiesa cattolica potrebbe in tal modo condividere con tutta la cristianità il grande dono che ha ricevuto con il ministero papale da Cristo per la Chiesa. Il ministero papale non sarebbe allora “l’ostacolo più grave sulla strada dell’ecumenismo”, ma il promotore dell’intesa ecumenica ed il garante dell’unità della Chiesa. In questo senso, dobbiamo essere grati del fatto che tutti i pontefici che si sono susseguiti dal Concilio Vaticano Secondo in poi abbiano già vissuto un primato ecumenico, ricevendo regolarmente in udienza i rappresentanti di altre Chiese cristiane, facendo visita ad altre Chiese cristiane, favorendo iniziative ecumeniche e soprattutto promuovendo il movimento ecumenico all’interno della Chiesa cattolica e tra le diverse Chiese. Anagni è il luogo giusto per esprimere pubblicamente questa gratitudine. Ed io sono lieto ed onorato di poter essere qui oggi. Per questo, ringrazio tutti quanti voi, di cuore. [1] Documentato in: AAS 59 (1967) 498. [2] Giovanni Paolo II, Ut unum sint, n. 88. [3] Giovanni Paolo II, Varcare la soglia della speranza (Milano 1994) 164. [4] Giovanni Paolo II, Ut unum sint, n. 95. [5] Francesco, Evangelii gaudium, n. 32. [6] Pontificio Comitato di Scienze Storiche (ed.), Il Primato del Vescovo di Roma nel primo millennio. Ricerche e testimonianze. Atti del Symposium storico-teologico (Città del Vaticano 1991). [7] Il primato del Successore di Pietro nel Mistero della Chiesa. Considerazioni della Congregazione per la Dottrina della fede, in: Documenti e Studi 19 (Città del Vaticano 2002) 9-21. [8] W. Kasper (ed.), Il ministero petrino. Cattolici e ortodossi in dialogo (Roma 2004). [9] J. Kardinal Ratzinger, Die ökumenische Situation – Orthodoxie, Katholizismus und Reformation, in: Ders., Theologische Prinzipienlehre (München 1982) 203-214, zit. 204. [10] Dokumentiert in: J. Oeldemann - F. Nüssel – U. Swarat – A. Vletsis (Hrsg.), Dokumente wachsender Übereinstimmung. Sämtliche Berichte und Konsenstexte Interkonfessioneller Gespräche auf Weltebene. Band 4: 2001-2010 (Paderborn – Leipzig 2012) 833-848. [11] Francesco, Evangelii gaudium, n. 246. [12] Vgl. J. Meyendorff, Orthodoxy and Catholicity (New York 1966); Ders., The Byzantine Legacy in the Orthodox Church (New York 1982). [13] J. Cardinal Ratzinger, Briefwechsel zwischen Metropolit Damaskinos und Joseph Cardinal Ratzinger, in: J. Cardinal Ratzinger, Weggemeinschaft des Glaubens. Kirche als Communio (Augsburg 2002) 187-209, zit. 203. [14] Télégramme du patriarche Athénagoras au pape Paul VI, à l’occasion de l’anniversaire de la levée des anathèmes le 7 décembre 1969, in: Tomos Agapis. Vatican-Phanar (1958-1970) (Rome – Istanbul 1971) Nr. 277. [15] Vgl. K. Kardinal Koch, Auf dem Weg zur Kirchengemeinschaft. Welche Chance hat eine gemeinsame Erklärung zu Kirche, Eucharistie und Amt? in: Catholica 69 (2015) 77-94, bes. 80-83: Reformatorische Kirchen im Licht ihres Erbes: historischer Zugang. [16] M. Luther, WA 50, 625. [17] K. Barth, Einführung in die evangelische Theologie (Zürich 1962) 35. [18] Gruppe von Farfa Sabina, Gemeinschaft der Kirchen und Petrusamt. Lutherisch-katholische Annäherungen (Frankfurt a. M. 2010) 41-42. [19] Vgl. W. Pannenberg, Evangelische Überlegungen zum Petrusdienst des römischen Bischofs, in: Ders., Kirche und Ökumene = Beiträge zur Systematischen Theologie. Band 3 (Göttingen 2000) 366-377. [20] Vgl. B. Forte, Il primato nell’eucaristia. Considerazioni ecumeniche intorno al minstero petrino nella Chiesa, in: Asprenas 23 (1976) 391-410. Vgl. auch A. Garuti, Ecclesiologia Eucaristica e primato del Vescovo di Roma, in: R. Karwacki (Hrsg.), Benedictus qui venit in Nomine Domini (Radom 2009) 455-472. [21] Vgl. K. Koch, Die Primatstheologie von Joseph Ratzinger / Benedikt XVI. in ökumenischer Perspektive, in: M. C. Hastetter / Ch. Ohly (Hrsg.), Dienst und Einheit. Reflexionen zum petrinischen Amt in ökumenischer Perspektive. Festschrift für Stephan Otto Horn zum 80. Geburtstag (St. Ottilien 2014) 15-37. [22] W. Kasper, Dienst an der Einheit und Freiheit der Kirche. Zur gegenwärtigen Diskussion um das Petrusamt in der Kirche, in: J. Ratzinger (Hrsg.), Dienst an der Einheit. Zum Wesen und Auftrag des Petrusamtes (Düsseldorf 1978) 81-104. [23] H. U. von Balthasar, Il complesso antiromano. Come integrare il papato nella Chiesa universale? (Brescia 1974). [24] Il primato del Successore di Pietro nel Mistero della Chiesa. Considerazioni della Congregazione per la Dottrina delle fede, in: Documenti e Studi 19 (Città del Vaticano 2002). [25] Papa Francesco, Discorso nella Chiesa patriarcale di San Giorgio, a Istanbul, il 30 novembre 2014.

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XII Corteo. Bulla a Cerchio (AQ)


Nel Comune marsicano di Cerchio, in provincia di L’Aquila, si è svolto nei giorni scorsi, il XII Corteo Storico che ha rievocato la “Bulla Indulgentiarum” di Bonifacio VIII (1300). Sono stati presenti all’evento – organizzata con precisione dall’Amministrazione Comunale cerchiese – i due Vice Presidenti del Consiglio della Regione Abruzzo,  il Presidente della Provincia aquilana Stefania Pezzopane, il Vicario Generale della Diocesi dei Marsi mons. Domenico Ramelli ed oltre trenta delegazioni di Comuni con rispettivi Gonfaloni. Tra gli interventi previsti ed attesi, quello del Presidente dell’Accademia Bonifaciana di Anagni Cav. Sante De Angelis, che ha partecipato all’evento, insieme al Gonfalone della Città dei Papi, con la Polizia Municipale ed il Vice Commissario Prefettizio dr Marcello Zottola.
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L'Accademia Bonifaciana, ha sede presso il palazzo di Bonifacio VIII di Anagni, da tre secoli custodito dalle Suore Cistercensi della Carità, venne edificato nel XII secolo e in origine appartenne alla famiglia dei Conti. Fu abitato da Papa Gregorio IX (Ugolino Conti) che il pri­mo settembre 1230 vi ospitò Federico II...  Leggi articolo

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