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Interviste
INTERVISTA A S.E. MONS. LORIS CAPOVILLA PDF Stampa E-mail

Un viaggio nel bergamasco sulle orme del beato Papa Giovanni XXIII al secolo Angelo Giuseppe Roncalli. Ad effettuarlo in questi giorni è stato Sante De Angelis, Presidente della Accademia Bonifaciana di Anagni e Postulatore delle Cause dei Santi, che si è recato a Sotto il Monte per incontrare l’Arcivescovo mons. Loris Francesco Capovilla, già segretario del “papa Buono”, che da quando ha lasciato la prelatura di Loreto, vive nella villa di Ca’ Maitino, che dal 1925 al 1958 divenne dimora estiva dell’allora vescovo e poi patriarca Roncalli ed ora adibita gran parte a museo permanente dedicato al Beato papa Giovanni, dove si possono ammirare i suoi abiti pontificali, patriarcali, oggetti e quant’altro il suo segretario ha gelosamente conservato durante tutti questi anni. L’incontro tra monsignor Capovilla ed il Presidente De Angelis, è durato oltre due ore, trascorse in un cordiale colloquio-intervista e nella rievocazione di alcuni ricordi ciociari del Prelato, conclusosi con la consegna del Premio Nazionale Bonifacio VIII e di alcune pubblicazioni. “Sono molto attaccato alla Ciociaria, tempo fa, quando il Pontificio Collegio di Anagni, era retto ancora dai gesuiti, sono stato al Leoniano a parlare ai seminaristi… ma ricordo in maniera affettuosa ed amichevole il vostro Vescovo mons. Enrico Romolo Compagnone e la visita, che insieme al papa Paolo VI, essendo stato suo segretario particolare per quattro anni, effettuammo a Ferentino, a Fumone e ad Anagni. In quell’occasione il Papa – ha detto Capovilla – fece un discorso memorabile sulla figura di Celestino V e di Bonifacio VIII, che come Pontefici, ci richiamano alle origini della Chiesa, all’investitura data da Nostro Signore a San Pietro e ai suoi Successori: dobbiamo meditare su questa continuità apostolica, disse il Santo Padre, che supera vicende le quali sembrano le meno propizie e si perpetua fino a noi e nei secoli avvenire perché c’è il dito di Dio, una presenza divina nella Chiesa… Poco tempo fa, ho avuto modo di conoscere anche il vostro Vescovo Emerito monsignor Luigi Belloli, che vive ad Inveruno. L’occasione è stata la celebrazione della messa in suffragio di Mons. Pasquale Macchi, mio successore a Loreto e segretario particolare di Papa Montini, che con il confratello Belloli, è stato compagno di ordinazione. Monsignor Luigi, è una persona davvero eccezionale, colta, umile e so che fa molto del bene alla diocesi milanese… Da Anagni, siete venuto fin qua su per conoscermi di persona e per omaggiarmi del vostro riconoscimento intitolato a papa Bonifacio VIII – ha continuato l’Arcivescovo – ciò mi lascia interdetto e stupito, perché non riesco ad immaginarmi inserito tra personaggi di prestigio accademico e istituzionale che nel corso di questi hanno ricevuto il vostro Premio. Trascorro i miei giorni nella serena pace, in questa casa abitata per tanti anni da papa Giovanni, durante le sue ferie… Ringrazio Lei che ha suggerito il mio nome ed il Consiglio dell’Accademia a cui mi preme esternare ammirazione per ogni iniziativa finalizzata a comunione di intenti nel servizio della verità e della fratellanza. La prego caro Presidente di estendere, quando tornerà nella sua splendida città, il mio saluto fraterno ed affettuoso al Vescovo di Anagni-Alatri mons. Lorenzo Loppa e alla Civica Amministrazione e a tutti coloro che collaborano con la sua valente Istituzione”. Don Loris, come ama farsi chiamare, è nato in Pontelongo in diocesi di Padova nel 1915. Fu ordinato sacerdote il 23 maggio 1940 e incardinato nel clero del patriarcato di Venezia: prestò poi servizio pastorale come cappellano militare durante la seconda guerra mondiale e dopo l' 8 settembre 1943 collaborò con la Resistenza partigiana; iniziò poi a lavorare alla curia patriarcale ed Angelo Roncalli (il futuro papa Giovanni XXIII), eletto alla sede di Venezia nel 1953, lo scelse come suo segretario personale. Dopo l'ascesa al soglio di Pietro di Roncalli, Capovilla mantenne il suo incarico e lo seguì a Roma: rimase il suo più stretto collaboratore per tutto il suo pontificato (fino al 1963) partecipando anche ai lavori del Concilio Vaticano II. Il successore di Giovanni XXIII, papa Paolo VI, dopo averlo avuto per quattro anni suo segretario particolare, lo elesse Arcivescovo di Chieti e Vasto il 26 giugno 1967 e lo ordinò il 6 luglio successivo: introdusse nella diocesi le riforme del Concilio, ma fece sempre prevalere la componente meditativa e profetica e l'attenzione ai problemi sociali sulla dimensione strettamente ecclesiale ed operativa. Il 25 settembre 1971 venne trasferito alla sede titolare in partibus infidelium di Mesembria (che fu già di Roncalli, quando venne nominato Delegato apostolico in Grecia e Turchia) e venne nominato Prelato di Loreto, con il titolo di Arcivescovo: in tal veste, lottò contro il devozionalismo che caratterizzava la fede dei frequentatori del santuario della santa casa, uno dei più importanti in Europa, e si impegnò a far riscoprire la vera immagine di Maria di Nazareth. Ha abbandonato la Prelatura il 10 dicembre 1988 e si è ritirato a Sotto il Monte, il paese natale di papa Giovanni XXIII, di cui Capovilla è rimasto, per tutti questi anni, un fedele custode della memoria, contribuendo, con lunghe interviste, a trasmissioni televisive e a documentari storici. Può essere considerato, a tutti gli effetti, la memoria vivente di Papa Giovanni XXIII. La sua anagrafe ecclesiale registra sessantasette anni di sacerdozio - dei quali dieci accanto a Giovanni XXIII come segretario - e quaranta da vescovo. Quella civile ne segna novantadue il prossimo 14 ottobre, portati splendidamente. A Ca' Maitino, luogo per eccellenza delle memorie roncalliane nel suo paese natale - Sotto il Monte, in provincia di Bergamo - incontriamo monsignor Loris Francesco Capovilla, da mezzo secolo sotto i riflettori, suo malgrado. Scriviamolo subito: Capovilla generalmente non si sottrae alle interviste. Però non ama confessare nulla di sé. E finisce per parlare sempre e solo di papa Giovanni: “Mi ha chiesto, quale carisma sovrastasse su tutti gli altri in questo Successore di Pietro, figlio della campagna bergamasca, incontestabilmente ammirato per la sua umiltà e semplicità, la sua obbedienza e la sua dedizione al dovere, non esiterei un attimo: l’amore. Durante tutta la sua esistenza egli si è lasciato sedurre dal carme declamato da san Paolo ai Corinti, assimilandole i singoli passaggi da una vetta all’altra, verso la conquista della cima più alta. Nella sua Bergamo e in Italia, nel Medio Oriente e in rancia, a Venezia e in Vaticano, Giovanni XXIII, ha effuso amore specialmente nei tempi dell’ira, irradiandone il calore, coltivandone la fioritura ovunque si manifestasse, confermando con la sua personale testimonianza che nel mondo c’è amore più che non si voglia ammettere, persino nelle situazioni angosciose, determinate da faide familiari e sociali, terrorismi e guerre. Quando nei giorni di pentecoste 1963, egli agonizzava, si verificò attorno al suo letto un calore di unità che non so a quale altro momento del cristianesimo possa essere messo a confronto. Il successo di Papa Giovanni  continua – sia nel ministero sacerdotale dei suoi primi anni, sia nel servizio episcopale e papale, sfociato nell’accoglienza cordiale delle sue conversazioni al caminetto e dei suoi messaggi pastorali è incastonato come perla preziosa in un omelia di San Giovanni Crisostomo, da lui illustrata nel Giornale dell’Anima, nel quale sono raccolte le espressioni immediate, candide e pie della sua intima cronaca spirituale. Papa Roncalli, è rimasto tra noi, e noi parliamo di lui, non come di personaggio collocato in una nicchia o negli archivi, ma come di padre sollecito e pastore soccorrevole dipartitosi appena l’altro ieri dalla consuetudine di vita col suo gregge. A quarantonove anni dall’elezione, a quarantaquattro dalla morte, egli continua a suscitare interesse, simpatia dentro e fuori la Chiesa cattolica, ed incoraggia al buon cammino i suoi ammiratori e devoti”. Con noi, ha fatto una piccola eccezione, infatti, il nostro colloquio è andato ben oltre le memorie “roncalliane” e gli abbiamo chiesto, quindi, di lasciar spazio ai “suoi” ricordi, con semplicità. A cominciare da lontano. «Devo la mia formazione innanzitutto a mia madre - racconta - donna forte, solida, ligia ai principi e ai valori, religiosa; poi all'Azione cattolica. Iscritto nel 1926, ricordo che la tessera di quell'anno recava la firma dell'avvocato Raffaele Jervolino».
Come ricorda l'inizio della sua vita sacerdotale?
«Sono stato ordinato nella Basilica della Salute a Venezia dal cardinale Adeodato Giovanni Piazza il 23 maggio 1940, Corpus Domini. Con me dieci compagni: tutti passati all'altra riva, che ricordo con tenerezza. Di lì a poco l'entrata in guerra dell'Italia. Mentre pregustavo la gioia della prima Messa cantata nel duomo di Mestre, gli anglo-americani scatenarono il primo bombardamento su Mestre-Marghera e la festa andò in fumo...».
I primi incarichi?
«Monsignor Ettore Bressan, rettore del seminario, voleva farmi proseguire gli studi. Nel frattempo mi affidarono diversi impegni: coadiutore a San Zaccaria, catechista al "Paolo Sarpi", cerimoniere capitolare a San Marco, assistente diocesano degli studenti medi. Due anni dopo mi proposero l'incarico di cappellano militare. All'ordinariato, a Roma, mi destinarono all'Armir, corpo di spedizione in Russia, ma all'ospedale militare di Mantova mi ritennero inadatto e fui dirottato all'aeroporto di Parma per l'assistenza religiosa ad allievi ufficiali e avieri, ma diedi una mano anche al seminario minore, nella direzione spirituale dei ragazzi, su incarico del vescovo Colli».
C'è ancora chi ricorda quando lei salvò degli avieri dalla deportazione facendoli uscire dalla cittadella come suoi collaboratori o quando nell'hangar dell'aeroporto davanti ai tedeschi usò parole coraggiose sulla fedeltà alla patria nel disorientamento dopo la rottura dell'alleanza con la Germania...
«Lo so. E mi è motivo di conforto, specie pensando ai giorni mesti dell'armistizio dell'8 settembre '43. Ritornato a Venezia a dicembre, pagai lo scotto del servizio con tre anni di malattia. Per tenermi occupato mi fecero cappellano dell'ospedale per gli infettivi a S. Maria delle Grazie in mezzo alla laguna, poi avevo l'impegno alla Rai: commento festivo del vangelo e saltuari servizi religiosi. Sino al 1953...».
Sono gli anni in cui fa il giornalista, sino all'incontro con il patriarca Roncalli?
«Non ho frequentato scuole, né avuto maestri, né fatto esperienze particolari per questa professione. Nel 1949 il patriarca Carlo Agostini mi designò alla successione del direttore della Voce di San Marco don Mario Greatti. All'obiezione circa la mia incompetenza sorrise e mi indusse ad accettare. Poi mi addossò anche la pagina locale quotidiana dell'Avvenire d'Italia affiancandomi un universitario colto: Tito Cortese. Proprio allora acquistai a rate, in Bacino Orseolo, una Olivetti 22. La direzione era ospite di uno sgabuzzino messo a disposizione dalle sorelle Cavagnis, proprietarie della Tipografia San Marco. Mio punto d'appoggio era il Servizio informazioni settimanali, il Sis, diretto da don Fausto Vallainc. In uno scatolone del mio archivio, conservo le mie conversazioni domenicali alla Rai di Venezia molte travasate nel settimanale. Povera cosa, ma che documentano l'ansia materna della Chiesa, il rifiuto della retorica e della violenza, la tensione al dialogo negli anni 1945-53».
Quel dialogo che poi ha imparato a declinare come servizio: alla scuola del patriarca Roncalli che la vuole accanto nel 1953 e poi alla scuola di lui Papa.
«Mia strategia di servizio era ed è con tutti il fraterno invito alla memoria, non alla mitizzazione; alla riconoscenza, non al lamento; allo sguardo fisso alla stella polare del nostro tempo, il Concilio Vaticano II, non da commemorare ma da attuare con la fede, la fiducia e la speranza di Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI».
Sta elencando i Papi della sua vita...
«Quelli sono otto per me. Avevo sei anni e tre mesi quando vidi in mano a papà La Domenica del Corriere con la copertina sull'esposizione della salma di Benedetto XV in San Pietro disegnata da Achille Beltrame. Trascorsi gli anni di seminario durante il pontificato di Pio XI. Quanto a Pio XII nel 1942, monsignor Luigi Figna, vice assistente nazionale della Gioventù Cattolica, mi presentò a lui come cappellano militare in partenza per la Russia. Pio XII ebbe parole soavi ed incoraggianti. Lo rividi più volte durante l'episcopato veneziano di Roncalli. Non posso dimenticare i suoi tanti segni di benevolenza e stima per Roncalli. Che a sua volta lo venerava e l'11 ottobre 1958 nell'elogio tessuto in San Marco gli applicò parole evangeliche: "Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti"».
Papa Paolo VI?
«Montini, mi volle presso di sé nell'anticamera pontificia per un quadriennio, mi ordinò vescovo con le sue mani e mi ricolmò di paterna affezione. Il 21 giugno 1963, poche ore dopo la sua elezione, mi chiamò e mi disse con parole gravi e solenni: "In questa stanza le ho detto grazie da cardinale la notte del 31 maggio; adesso glielo ripeto da Papa. E mi preme dirle che se ho accettato questo immenso peso è stato solo per continuare l'opera avviata da papa Giovanni"».
E Giovanni Paolo I?
«Mi fu familiare dai miei anni veneziani. Patriarca di Venezia mi volle alcune volte a parlare al clero e al popolo. Avendo un giorno detto in pubblico che deponevo la penna e mi ritiravo nel mio castello interiore, mi scrisse commentando amabilmente: "Monsignore, non lasci cadere la penna. Lei è testimone, ha il dovere di testimoniare"… Luciani era un innamorato di papa Giovanni, che volle nominarlo Vescovo di Vittorio Veneto e consacralo con le sue mani in San Pietro nel dicembre 1958, non ci fu un discorso di Luciani da papa, per non parlare di quelli da patriarca, che non ricordava Roncalli».
Siamo a Giovanni Paolo II.
«Lo conobbi agli inizi del Concilio, accanto al cardinale Wyszynski. Ebbi un primo incontro con lui Papa a Castel Gandolfo nell'agosto del '79. Gli parlai di Giovanni XXIII, del Sinodo Romano, del Concilio e di altro, non sottacendo momenti di grave sofferenza. Lui commentò: "Papa Giovanni è stato un profeta. I profeti soffrono. Ciononostante egli ha avuto ragione e noi viviamo ora l'era nuova da lui inaugurata"».
Lei ha conosciuto anche Benedetto XVI?
«Da Papa ancora non ho avuto l’onore di incontralo, ma prima del pontificato lo ebbi ospite a Loreto nel corso di una sua peregrinazione mariana. Parlammo a lungo dell'itinerario conciliare. E seppi che il discorso del cardinale Josef Frings a Genova nel '60 su invito del cardinale Siri lo aveva steso lui. Mi rivelò che in una successiva udienza a Frings il Papa lodò quel discorso dicendo di sentirsi perfettamente capito. Mi parlò anche della morte di Giovanni XXIII, notizia appresa mentre viaggiava in treno riferendomi i commenti commossi dei viaggiatori senza distinzione di confessione religiosa...».
Carità e verità sono due ali necessarie per far continuare a volare il Concilio, la forza dello Spirito... Però sul Vaticano II non sono un mistero letture divergenti. Che ne pensa?
«Io rifletto su quel "rinnovato invito" che significava per Giovanni XXIII più d'una cosa. Immettersi nella corrente di preghiera e di timidi approcci, avviati o consentiti dai predecessori e nel terreno dell'ecumenismo spirituale. Incarnare l'unum sint di Gesù, per approdarvi nei tempi e nei modi ispirati dall'Alto. E mettersi in cammino. Lungo forse un millennio, come segnalò Mauriac la sera dell'11 ottobre 1962. Già nella bolla di indizione Humanae salutis, del Natale 1961, c'era tutto: fortificare la fede, rimirare la propria stupenda unità, dare maggiore efficienza alle strutture. E poi c'è il discorso di apertura dell'11 ottobre 1962: Giovanni XXIII prende le mosse dal Credo niceno-costantinopolitano e invita i Padri ad avviare i lavori portando con sé tutto il patrimonio della rivelazione e della tradizione, tutta la dottrina dei Concili».
È in questo modo che si deve tornare a dialogare?
«Pochi di noi sono abilitati a questo arduo esercizio. Il dialogo è consuetudine di dibattiti pacati e prolungati, finalizzati non alla resa incondizionata degli altri, ma alla crescita di tutti gli interlocutori. Presuppone chiarezza di intelletto, bontà, sincerità, fiducia».
Oggi, però, il dialogo deve fare i conti con problemi nuovi, più complessi: la violenza da fronteggiare, l'identità che non può essere calpestata... Quale testimonianza?
«Nella mia camera più intima ho appeso le fotografie dei sette monaci di Tibhirine, i trappisti rapiti e trovati sgozzati il 30 maggio 1996, sepolti nel giardino del monastero, là dove avevano piantato semi di fede, di speranza e di amore. Sette martiri, testimoni di amore al Dio dell'alleanza e all'alleanza da lui stabilita con l'umanità. Li guardo e penso che si può credere che l'amore è più forte dell'odio, la vita più forte della morte. E penso che ciò che è impossibile agli uomini è possibile a Dio...».
Eccellenza, nessun rammarico o amarezza?
«Anche quelli. Ieri come oggi. Ma quando accade, rammento le estreme parole di papa Giovanni: "Abbiamo molti amici, ne avremo anche di più". Parole che infondono coraggio a procedere con fiducia, in comunione, disposti anche al martirio della pazienza...».
Questo lungo e cordiale colloquio, si è concluso con la consegna da parte del Presidente De Angelis della scultura bronzea realizzata dal Maestro Egidio Ambrosetti, rappresentante il Premio Nazionale Bonifacio VIII e di alcune pubblicazioni del mensile “Il Bonifacio”. Monsignor Capovilla, ha ricambiato con la dedica di alcuni libri su Roncalli, una foto autentica ed inedita del “suo” Papa “che non troverà in giro!” e la consegna di una piccola reliquia del Beato Giovanni XXIII.

 
INTERVISTA AL MAESTRO GISMONDI PER HUMILITAS PDF Stampa E-mail

Chi arriva ad Anagni, non lontano da Frosinone, per vedere la splen­dida Cattedrale e il singolare Campanile, col Palazzo Pontificio e la “Sala dello schiaffo” e tutto l’antico centro storico, trova una sorpresa in più: l’abitazione e lo studio di un artista contempora­neo, scultore e medaglista tra i maggiori che abbiamo, che tra l’al­tro si è potuto vantare di essere stato il terzo artista nella storia, dopo Michelangelo e Canova, ad aver ricevuto nel suo studio un papa, ed esattamente Giovanni Paolo II il 31 agosto 1986: Tommaso Gismondi, che lo scorso 26 aprile, alla veneranda età di 97 anni, ha raggiunto la Casa del Padre. Il 28 agosto, il Maestro avrebbe compiuto 98 anni.
Proprio, qualche tempo prima, della dipartita, mi venne l’idea di incontrare il Maestro e fargli un intervista per la rivista “Papa Luciani Humilitas”, di Belluno, in quanto, lui, fu l’autore delle monete e delle medaglie delle due “Sedi vacanti” del 1978, quindi, uno dei “protagonisti” di quei momenti, che furono la morte e la elezione di due Papi. Un testimone, quindi, degli avvenimenti che accaddero venticinque anni orso no, vissuti in prima persona. Con un modo di fare rapido e incisivo, con occhi limpidi e capelli bianchi, Tommaso Gismondi ci ricevette, seppur un po’ stanco, tra le opere esposte nello studio e quelle in fab­bricazione. Ci sono sagome di Papi (da Pio XII in poi), Cardinali e Vescovi in plastilina, cavalli, bozzetti per medaglie, schizzi.
Accettò volentieri di fare due chiacchiere, con il sottoscritto, che più di ogni altra persona, lo ha conosciuto bene e da vicino, in quanto dal 1993 al giorno del trapasso, è stato suo addetto stampa e cerimoniere. Questa è l’ultima intervista, concessa dal Maestro Tommaso Gismondi, per una testata giornalistica, che ripropongo volentieri per il quotidiano “La Provincia”.
Da dove veniva, anzitutto, questo scultore che ha coniato per otto anni consecutivi le monete vaticane, che ha realizzato portali al Sacro Cuore a Parigi, alla Biblioteca e all’Archivio Segreto del Vaticano e tante altre opere sparse in ogni angolo del globo? Veniva da Anagni, naturalmente, dove visse l’infanzia; ma poi sedicen­ne, dovette riparare a Roma con la famiglia. Suo padre, che era calzolaio, era infatti malvisto dai politici del tempo. “Finimmo a Torpignattara – ci ricordò il Maestro - che allora era campagna con poche casupole ed io dovevo andare tutti i giorni a piedi fino all’Istituto “Leonardo da Vinci” a via Cavour”.
E così, andando a mangiare il panino portato da casa sotto gli archi del Colosseo e camminando a piedi su e giù per Roma, il giovane Gismondi, si innamorò  di Roma e dell’arte classica. Soprattutto del­la scultura. Smette la scuola e comincia a studiare l’arte, soprattutto i classici. “Solo quelli – ci teneva a dire - potevano insegnare qualcosa di veramente utile. Anche perché, pure in quegli anni, l’ambiente dell’arte uf­ficiale era dominato dalla politica e specialmente dalla massoneria; ed io ho voluto sempre restare al di fuori di questi traffici. Ho fat­to sempre la vita di quello che sta vicino ai quadri e lavora sette giorni su sette, non uno su sette per dedicare gli altri sei a club, ai critici, eccetera”. “Ho studiato due anni ai Musei Vaticani e due a quello capitolino e poi ho cominciato a fare lo scultore. Vita dura anche perché ho volu­to mirare in alto. Se mi sono sbagliato o no nessuno lo può dire: solo il futuro. Solo l’acido del tempo toglie le scorie e lascia il metallo buono”.
Ecco l’intervista integrale.
Maestro, Lei ha avuto l’onore e la fortuna di lavorare e conoscere i Papi del secolo appena passato, pochi artisti nella storia contemporanea si possono vantare di questo, che cosa ci può dire in proposito?
“La fortuna di cui parli è semplicemente esteriore, Giovanni Paolo II è venuto molto gentilmente a trovarmi nel mio studio, ma io non sono mai andato a rincorrere a tali privilegi, non sono un furbo in questo senso, né ho mai avuto spinte politiche o di critica, penso di aver dato molto di più di quello che ho ricevuto materialmente. Non scelgo mai la strada della popolarità o della ricchezza spicciola, al limite mi piace pensare che alcune mie opere staranno dove so­no per l’eternità, questo è il vero successo. Nel 1971 ebbi l’opportunità di creare i modelli per le monete che an­nualmente lo Stato Vaticano conia per la Santa Sede appoggiandosi al­la Zecca Italiana. Dopo decenni di lunga tradizione che voleva l’ef­fige del Papa su uno dei due lati della moneta, Paolo VI nel suo ottavo anno di pontificato rifiutò questa consuetudine. Al posto dell’effige inserii da una parte lo stemma papale, e nelle otto facciate riunii ed eternai otto simboli del cristianesimo. La serie fu notevolmente apprezzata nel mondo della numismatica, la Santa Sede usufruirà degli stessi modelli per otto anni consecutivi. Quando il 6 agosto 1978, morì Papa Montini, il Vaticano mi incaricò di creare anche la moneta e la medaglia per la Sede vacante, che pur­troppo venne di nuovo emessa, con qualche piccola modifica, neanche un mese e mezzo più tardi, quan­do il nuovo Papa Giovanni Paolo I, venne trovato morto, dopo trenta­trè giorni di Pontificato”.
Ha qualche ricordo particolare di quel periodo? Incontrò Papa Luciani?
“All’epoca dell’elezione e morte di Papa Luciani, avevo settantadue anni.  Ricordo con piacere e con commozione la Cerimonia di inizio di Pontificato a cui partecipai come invitato dalla Segreteria di Stato. Con la Prefettura della Casa Pontificia, e precisamente con monsignor Dino Monduzzi, presi accordi per avere una udienza con il nuovo Papa, anche per presentargli dei bozzetti che avevo realizzato per eventuali future monete vaticane, purtroppo con rammarico da parte mia, non ce ne fu il tempo materiale, dovuto all’i­naspettata morte del Pontefice. Realizzai allora un bassorilievo che raffigura papa Luciani, intento a benedire il popolo con il Vangelo, in quanto fui subito conquistato dalla semplicità di vita del nuovo Papa. Penso, che avrebbe rivoluzionato la Chiesa, ed un assaggio l’aveva dato abolendo la tiara, la se­dia gestatoria ed il plurale majestatis”.
Maestro, molti critici, hanno detto che fin dall’inizio della sua carriera ha sentito una particolare attrattiva per i soggetti sacri, è vero?
“Si, la mia ispirazione è religiosa, prima di tutto mi ritengo un ar­tista religioso nel senso profondo della parola. Credo in Dio, sono cattolico, senza problemi o sofismi, come hanno creduto i miei vecchi, come mia madre, come le generazioni dei credenti semplici. Credo in Dio, nel Vangelo, quello annunciato da Gesù. La mia arte - cioè il mio lavoro, che è un po’ come un talento, cerco di utilizzarlo, di metterlo a frutto - si orienta naturalmente verso la nascita e la mor­te, dove si concentra il senso religioso della vita. Credo anche all’arte religiosa, perché penso che la religione è stata un grande incentivo per l’arte, la più grande forza ispiratrice; e poi credo anche che la religione abbia ricevuto dall’arte un aiuto a farsi capire, ad esprimersi”.

Sante De Angelis

 
INTERVISTA AL VESCOVO DI ANAGNI-ALATRI MONS. LOPPA PDF Stampa E-mail

Intervista a tutto campo con il Vescovo eletto della diocesi di Anagni-Alatri monsignor Lorenzo Loppa, a pochi giorni dalla Sua Ordinazione episcopale, è la prima intervista che il Prelato rilascia, lo abbiamo incontrato nella sua casa canonica a Segni, nella parrocchia di Santa Maria degli Angeli, è stato un incontro lungo, cordialissimo, pieno di ricordi e aneddoti che don Lorenzo, come preferisce farsi chiamare, ha voluto raccontare alla nostra testata.
Eccellenza, è da tempo, che in diocesi, si spargeva la voce, che il successore di monsignor Lambiasi, era Lei, quando, lo scorso 28 giugno, ha avuto l’ufficializzazione della Santa Sede, cosa ha provato, quale è stato il suo primo sentimento?
“Il mio primo sentimento è stato di sorpresa, perché le voci sono una cosa, però poi la decisione del Santo Padre è un’altra. Mi sono stupito, ma nello stesso tempo ho ringraziato subito il Signore perché significa che avevo una chiamata diversa, una chiamata a servire una Chiesa a cui ero già affezionato. La conosco bene la Chiesa di Anagni-Alatri, poi, Anagni specialmente! Noi preti, siamo diventati tutti grandi al Leoniano…maturi in tutti i sensi! Quindi, ho provato sorpresa, riconoscenza ed entusiasmo perché le strade di Dio sono davvero infinite e misteriose. Le voci sulla mia nomina correvano sicuramente, ma ciò che ha dato una svolta a tutto quanto il discorso è stato quando è arrivata la disposizione del Papa. Devo dire, che ho accettato volentieri di guidare questa Comunità cristiana”.
E cosa pensa che proverà, domenica, quando per la prima volta, dopo la consacrazione episcopale, siederà sulla cattedra che è stata di san Pietro da Salerno?
“Penso parecchia emozione, un po’ di stupore e di meraviglia e soprattutto molta speranza e direi un’apertura verso il futuro, con l’augurio di non deludere le attese di Dio e degli uomini e forse il timore di non corrispondere alle attese Sue e delle anime che mi ha affidato. Questa è l’unica trepidazione che ho”.
Ci può descrivere il suo stemma e il suo motto episcopale?
“Si. Lo scudo che raccoglie lo stemma, è sormontato dalla mitria vescovile e da una croce. E’ diviso a metà, raccoglie nella parte sinistra, in alto, il simbolo che si riferisce ad Anagni e riguarda l’onda della famiglia Cajetani, mentre in basso a sinistra c’è la porta Saracena di Segni. Un piccolo omaggio per la città da cui provengo. Nella parte destra, invece, c’è un grande acero che si staglia diritto e che ha le radici su sette rigogli d’acqua, che rappresentano i sette Sacramenti della Chiesa. Poi sotto, come motto, c’è scritto una frase di Gesù, tratta dal vangelo di Matteo: “Gratis accepistis  gratis date”, che significa: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”. Quindi, tutto all’insegna della gratuità. Noi non abbiamo portato niente, non abbiamo niente di nostro, quello che abbiamo lo dobbiamo dare, perché in fondo è una restituzione”.
Monsignor Belloli, Vescovo emerito, ha deciso di non partecipare domenica alla sua Ordinazione, in quanto, come lui ci ha detto: “quando si lascia un posto bisogna lasciare campo libero”, cosa ne pensa?
“Sinceramente mi dispiace della sua assenza, ma devo prendere atto che è un ragionamento molto corretto… Monsignor Belloli, so che è entrato tanto nel cuore della gente della diocesi e anche monsignor Lambiasi spesso si è riferito a lui, quando mi ha parlato di questa Chiesa, spesso ha sottolineato il lavoro fatto dal suo predecessore. Sia Monsignor Belloli, sia monsignor Lambiasi sono dei grandi Vescovi, speriamo di non farli rimpiangere!”.
E’ vero che siete stato compagno di studi, di classe e di banco del nostro Vescovo Lambiasi, al Leoniano? Avete qualche aneddoto da raccontarci della vostra vita di seminarista?
“Monsignor Lambiasi è una persona squisita. Per me non è un monsignore, è un amico fraterno. Lo conosco da trentanove anni, siamo entrati al Leoniano nell’ottobre del 1963 e l’amicizia è stata istintiva. Diciamo così, non siamo amici solo personalmente, ma erano amiche anche le nostre famiglie, quindi, i contorni famigliari che ci ha regalato il Signore, spesso si sono incrociati. Le affinità ci stanno e sono state sottolineate: tutte e due laziali, tutte e due lepini, tutte e due leoniani… poi praticamente tutto il corso teologico lo abbiamo fatto insieme, erano anni ruggenti, nel senso bello del dopo Concilio, siamo stati nello stesso banco. Di aneddoti ce ne ho tanti… per intenderci bastava uno sguardo, non c’era bisogno di tante parole. Dopo il Signore ci ha costretti a lavorare in campi diversi, però ci siamo sempre intrecciati come cammino. Lui mi ha chiamato negli anni ottanta ad insegnare Sacramentaria a Latina, poi divenuto rettore al Leoniano, ci siamo visti un po’ di più”.
E il suo vescovo Andrea Erba, come l’ha presa?
“Monsignor Erba, è il mio Vescovo, mi accompagnerà ad Anagni e penso che pure lui abbia manifestato due sentimenti: da una parte contentissimo per questa responsabilità pastorale a cui il Santo Padre mi ha chiamato, dall’altra un po’ rammaricato, perché non lavoreremo più insieme a contatto di gomito”.
Lei, è stato per molti anni docente in Seminari Maggiori ed Università Pontificie, vicino a giovani che si formano al sacerdozio. La diocesi di Anagni-Alatri, come sa, ha problemi a livelli di vocazione, come intende affrontare questo delicato problema?
“Ho insegnato in diversi Istituti religiosi, specialmente negli anni della loro strutturazione, negli anni ottanta, a livello universitario sono stato per dieci anni nella Cattedra di Sacramentaria con monsignor Franco Marinelli, ora Vescovo di Urbino, però l’esperienza scolastica più importante l’ ho avuta nelle scuole Superiori… Il problema vocazionale, non penso che si possa risolvere facilmente, ma impostando un serio discorso di pastorale giovanile e di pastorale famigliare. Se riusciamo a incrociare questi due tipi di lavori nella Chiesa, i giovani e la famiglia, io penso, che prima o poi… avremo dei risultati, bisogna educare alla fede, che significa rispondere a Dio che ti chiama. Questo è il punto!”.
Come vede ad esempio, invece, i vari movimenti ecclesiali, le Confraternite e le pie associazioni. Possono ancora secondo lei, formare e tenere salde le generazioni future vicino alla Chiesa, in modo autentico?
“Penso di si. Guarda, il cristianesimo è bello, perché il cuore della Pentecoste, accende tanti colori. L’importante è che queste Associazioni, questi movimenti e le Confraternite siano fedeli al loro carisma, alle motivazioni che le hanno generate, che non assolutizzino la loro ricchezza, ma che la mettano umilmente e fraternamente a disposizione di tutti. Ad esempio, io ho una ricchezza e la possiedo in comune, ma non devo pretendere che tutti quanti la condividono e la pensino come me, abbiano quel colore e facciano gli stessi gesti… Questi gruppi, sono una grandissima risorsa per la Chiesa”.
E’ ormai tradizione, che nel giorno della festa di San Magno, il Vescovo, rivolga alla città, il “suo” discorso religioso-laico. Manterrà questa usanza?
“Si. Il discorso alla città, certo, ci mancherebbe altro! Questa è una usanza milanese, e prima che “belloliana” è stata “martiniana”. Penso, che sia un discorso in cui la fede diventa anche il fondamento per la convivenza sociale e politica. Se si lavora a livello umano e di crescita di cultura, migliora l’uomo e migliora quindi anche l’anima… più lavoriamo dal punto di vista per la fede e più lavoriamo per l’umanizzazione del mondo, perché secondo me essere cristiani significa essere uomini in maniera molto originale, quindi, sai, sia la fede che la dimensione sociale e politica contribuiscono alla crescita della stessa persona che è il cittadino. In fondo, se noi preti facciamo bene il nostro dovere, ricaviamo il tessuto cristiano delle nostre Comunità e si lavora bene a livello sociale e politico, anche se non si va in chiesa, si migliora dal punto di vista cristiano”.
Segni, la sua città natale, ha dato alla Chiesa autorità religiose eminenti, basti ricordare i Cardinali Pericle ed Angelo Felici e Vincenzo Fagiolo. Ha un ricordo particolare con uno dei tre porporati?
“Quello che ricordo con particolare affetto e più vicino è il cardinale Vincenzo Fagiolo, perché abitava qua, a duecento metri di distanza dalla mia parrocchia. Lui, diceva sempre che ero il suo parroco, veniva spesso a celebrare e a confessare. Per noi segnini, era il nostro don Vincenzo, ricordo che una volta si presentò da noi il 31 dicembre in sacrestia e mi disse: “Ti dispiace se celebriamo insieme?”. Oltretutto, non lo ha fatto intenzionalmente nessuno a fissare la data della mia Ordinazione proprio il 22 settembre, giorno in cui ricorre il secondo anniversario della sua morte. Forse, dall’alto, sarà stato proprio lui il regista…”.
E con il Presidente Giulio Andreotti?
“C’è un rapporto di stima, l’ ho invitato per domenica e penso che venga. Se sarà presente, mi farà un bel regalo! In questi anni abbiamo anche gioito con lui, per il risvolto positivo di quella vicenda a cui era stato assoggettato e abbiamo anche trepidato, perché certe cose non potevano essere vere, conoscendo la persona!
Chi sarà il suo Successore nella parrocchia di Santa Maria degli Angeli?
“Quello che è stato per quindici anni il mio vice, don Claudio Sammartino, che a sua volta verrà affiancato da uno dei sacerdoti del Verbo Incarnato, che stanno qui a Segni. Penso che ci sia continuità ad Anagni e pure qui. Tutto nel segno della continuità.”.
Lei, ha ancora vicino i suoi genitori, e una famiglia che da sempre Le è vicino? Con chi vivrà nel grande episcopio di Anagni?
“C’è già una struttura che ha creato monsignor Lambiasi, tipo la segreteria e quella resta. Spero di avere vicino tanti bravi preti, poi c’è il Seminario Minore con la mensa dei sacerdoti giornaliera, quindi mi potrò servire di quella. Non ho paura! Il problema dei genitori è questo: penso che sia una crudeltà per due anziani di ottanta e passa anni sradicarli dal loro posto di origine, qui hanno le loro amicizie, le parentele, le loro abitudini… Anagni è talmente vicino a Segni, che quando posso verrò a trovarli!”.
Le dispiace di non ritornare più all’apostolato spicciolo di parroco?
“Penso invece che mi capiterà di fare un po’ di apostolato spicciolo, specialmente quello di parlare con le persone! Da prete, ho confessato moltissimo, mi dispiacerebbe non confessare più! So che la gente mi cercherà anche per confessarla, certo, non sarò più sul campo, come qui in parrocchia con la gente che a qualsiasi ora della giornata mi suonava o mi cercava, qui per tanti anni è stato un porto di mare”.
Ora si sente più professore di teologia, parroco o Vescovo?
“Vescovo non mi sento proprio! Mi sento prete, nel senso che io ho fatto il professore per necessità, mi ci hanno tirato per i capelli, però alla fine, mi sono stancato, perché tieni conto, che ho fatto sempre tante ore di lezione alle Scuole Superiori: Liceo Classico, Geometri, Magistrali, spesso nel pomeriggio insegnavo negli istituti religiosi a Formia, a Latina e poi di corsa al Leoniano, poi dieci anni al Laterano di Roma, intendiamoci, insegnare mi piace, anche perché sono stato costretto a rivedere le mie cose, ad aggiornarmi, a ripuntualizzare certe situazioni… Però è pure vero che quando si è trattato di scegliere tra l’Università e la parrocchia, io ho detto al mio Ordinario: ti saluto. C’è rimasto un po’ male, ma a me piaceva stare più in parrocchia, tra la mia gente”.
Ha delle letture o degli Autori che predilige?
“Le letture sono in ordine al ministero, quindi sono letture sulla predicazione e in ordine all’insegnamento. Quindi, strettamente tecniche. Ho avuto pochissimo tempo di leggere autori che vanno per la maggiore e che sento vicino. In genere cerco di non tralasciare la documentazione del magistero, per esempio sui giornali di oggi (17 settembre ndr) c’è la prolusione del Cardinale Ruini e del Consiglio permanente della Cei, che devo leggere prima di stasera, se no, non sto tranquillo… speriamo però che me lo permettono”.
Cosa le piace di più in una persona?
“In una persona mi piace tantissimo lo sguardo e la discrezione, cioè la misura. Quella è la cosa più bella. Quello dice tutto. In genere non ho avuto mai problemi nel tratto umano, con il contatto con le persone. Quando c’è stato qualcosa che non è andato con qualcuno, mi sono riferito sempre al futuro. Uno una volta mi ha detto: “Ma tu mi hai trattato male!” , ed io gli ho risposto: “Ma guarda, io ti voglio bene, il tempo è galantuomo e te lo dimostrerà”. Infatti, poi, siamo andati avanti e quest’amico s’è accorto che avevo ragione”.
Cosa, invece, se c’è, che la irrita?
“Mi da fastidio il fatto che uno cerca di far capire palesemente una cosa e l’altra persona fa finta di nulla… e poi la non curanza e la non attenzione verso gli interessi della collettività”.
Ha degli hobbies particolari?
“Quando ho, anzi, quando avevo un po’ di tempo libero, lo passavo a fare qualche passeggiata in montagna, oppure a correre, cosa che ho fatto fino a qualche giorno fa, un po’ di sport, specialmente calcio, sempre con discrezione… e suono la fisarmonica, anzi, con piacere ricordo che da ragazzo, venivo ad Anagni, con don Agostino Santucci, che all’epoca era cappellano dei detenuti e in piazza delle Carceri, (ora piazza della Pace, presso il Palazzo Comunale ndr) suonavo e mi esibivo per loro”.
Cosa si auspica e cosa si aspetta dai giovani della diocesi?
“Il Papa chiama i giovani le sentinelle del mattino, quindi la sentinella è uno che ha il compito di stare sveglio e di tenere svegli anche gli altri. Poi i giovani sono quelli che fiutano tutto il futuro, quindi, mi aspetto che agli input che hanno avuto dal Vescovo Lambiasi e che avranno anche da questa nuova situazione, rispondano prontamente e soprattutto che guardino all’Amico per eccellenza dei giovani, Gesù Cristo. I Vescovi, i preti cambiano, cambiano le situazioni… solo Gesù è il grande Pastore, noi ci mettiamo tutti nelle sue mani e nelle sue mani mettiamo anche questa bellissima diocesi”.


Sante de Angelis

 

 
INTERVISTA A MONS. LUIGI BELLOLI PDF Stampa E-mail

Monsi­gnor Luigi Belloli, Vescovo Emerito di Anagni-Alatri e già Delegato per i Seminari d’Italia, compie oggi 80 anni, il quinto genetliaco che festeggerà fuori dalla “sua” adorata ed indimenticabile Chiesa diocesana, che per undici anni ha retto come intelligente ed infaticabile Pastore.
Sarà nella sua Inveruno, alle porte di Milano, con i suoi famigliari ed il parroco del paese, di cui lui si definisce umilmente “il vice”. Anche, se non ha più il “governo” attivo della diocesi, don Belloli, come ama farsi chiamare dai suoi concittadini, nonostante l’80° candelina, è ancora pieno di impegni pastorali, celebrando messe e pontificali, predicando esercizi spirituali e  così via, aiutando spesso e volentieri il Cardinale Dionigi Tettamanzi, Arcivescovo di Milano nei suoi obblighi di Pastore. “Vi ho sempre nel cuore tutti e ciascuno – ci ha detto telefonicamente – e vi ringrazio per l’affetto sincero e filiale che avete nei miei confronti… Vi assicuro che Anagni e tutta la sua Chiesa, ha un ricordo giornaliero nelle mie preghiere. Del resto, sia pure come emerito, ossia come chi non esercita più l’ufficio, ma ne conserva l’onore, manterrò ancora il nome di Vescovo di Anagni-Alatri…Questa mia vita fino alla morte e dopo la morte continuerà ad appartenere a voi!”. Così tutta la comunità diocesana al gran completo, con in testa il suo successore Monsignor Lorenzo Loppa, vuole nuovamente esprimergli gratitudine, un “grazie” sincero e commosso. Lo abbiamo intervistato per fargli ovviamente gli auguri e con l’occasione gli abbiamo rivolto anche alcune domande alle quali, con la sua solita cor­dialità, non ha mancato di rispondere.
Eccellenza, cosa ha fatto la diocesi durante il suo mandato Episcopale per i giovani?
“Da parte mia c’è stata una grande simpatia ed una sincera amicizia, che talvolta mi è parso di vedere ricambiata. Certo, non posso dire di averli conosciuti tutti e me ne rincre­sce, ma sin dall’inizio del mio ministero proprio i giovani sono stati al centro del mio cuore e questo penso sia facil­mente intuibile. C’è stata la realizzazione del Centro giova­nile “Piergiorgio Frassati” in Via San Paolo ad Anagni, per fare un punto di aggregazione e di ritrovo distensivo. Uno dei problemi, infatti, credo che siano gli spazi concreti per ritrovarsi, ma risolti questi, ci vogliono pure dei motivi per stare insieme. Quando passavo in macchina per la città mi capitava di vederne tanti: sor­ridenti, scherzosi, innamorati, nullafacenti, annoiati, distratti. Quello che c’è di comune die­tro il volto di ognuno è il desi­derio di vivere al massimo. Ma spesso questa attesa rimane frustata”.
Lei, fino a pochi anni fa è stato anche il Delegato per i Seminari d’Italia, quindi la persona più informata per rispondere a questa nostra domanda: quali sono le ragioni della fuga dalla vita sacerdotale?
“Una prima ed immediata ragione è di carattere demografico: di fatto oggi, le famiglie sono molto meno numerose di un tempo ed allora le possibilità diminuiscono enormemente. Accanto a ciò c’è da fare una considerazione più ampia che è relativa alla nostra società. Come è noto si vive oggi in un contesto di secolarizzazione che è scomparsa dall’orizzonte di Dio e dei valori religiosi. E’ così normale che si perda il gusto per tutto ciò che va al di la dell’immediato e richieda una ricerca seria ed un impegno esigente. Al contrario è più facile lasciarsi vivere cogliendo quello che ogni giorno offre senza grosse mete ed obiettivi ideali. Non è certo colpa dei giovani se il clima che si respira tende a smorzare di volare più in alto, ma di sicuro ne sono le vittime più numerose. Voglio però concludere con una nota positiva: va crescendo, e ciò anche a motivo di una minore presenza di sacerdoti, un laicato sempre più maturo e consapevole del suo ruolo all’interno della Chiesa e della società civile”.
Eccellenza, in questi giorni, si ricorda il primo centenario della morte del nostro Leone XIII, secondo lei, quale è il messaggio lasciato da questo papa all’uomo ?
“Papa Pecci, il pontefice della questione sociale, di fronte alla moltitudine dei proletari, prende uno di loro, lo colloca in mezzo all’umanità e dice: questo proletario e un uomo, una persona libera; è figlio di Dio; la sua dignità - non dimenticatelo - è cosa sacra. “A nessuno è lecito violare impunemente la dignità dell’ uomo, di cui Dio stesso dispone con grande rispetto ...” (R. N. 32). E’ l’intuizione fondamentale della dottrina sociale cristiana: prima l’uomo! Per questo anche l’attuale papa Giovanni Paolo II afferma che “la chiave essenziale” per risolvere la questione sociale è l’uomo, l’uomo del lavoro. E che “l’errore fondamentale del socialismo e di carattere antropologico”. Esso infatti considera il singolo uomo come “una molecola dell’organismo sociale”, mentre e una “persona”, soggetto autonomo di decisione morale, il quale costruisce mediante tale decisione l’ordine sociale” (Centesimus Annus, 13). Il lavoro è per l’uomo e non l’uomo per il lavoro; se così non fosse, l’uomo ritornerebbe ad essere schiavo!”.
Monsignore, qual è la vocazione di Anagni?
“Abbiamo patrimoni artistici ed ambientali veramente preziosi e talvolta inestimabili un po’ dappertutto nel nostro territorio e in particolare ad Anagni. Sarebbe delitto trascurare i primi e deturpare i secondi. L’antico non può diventare vecchio o, peggio, fatiscente. Le bellezze naturali devono essere rispettate ed amate come il giardino di casa. Anche a questo riguardo sono lieto di constatare che ci si sta movendo con crescente alacrità, non senza incontrare problemi, ma con la volontà di risolverli nel miglior modo possibile. Mi piace pure attestare encomiabile e fattiva sensibilità da parte di Istituzioni private.Tuttavia non è mai inutile osservare che lo sviluppo del nostro territorio, delle nostre città e dei loro abitanti richiede principalmente spirito di iniziativa. Ai responsabili civili ed ecclesiastici darne chiaro esempio e stimolarla con pazienza e decisione tra i cittadini. A questo proposito sono lieto di constatare l’emergere di una più viva sensibilità da parte dei cittadini e di una crescente attenzione da parte dell’autorità. Ma non si raggiunto ancora il livello desiderato. Anzi pare che, a riguardo dell’assetto della Città, si privilegino criteri più immediatamente sociologici che profondamente culturali. Certamente, non vanno sottovalutati i primi, ma se Anagni perdesse la sua nobilissima immagine che le viene dalla storia e dall’arte non sarebbe più Anagni e si andrebbe incontro anche ad una ulteriore decadenza economica. Forse non si riflette a sufficienza che il turismo oggi, è una risorsa probabilmente più importante delle attività industriali, che per altro non vanno trascurate. Occorre proseguire alacremente su questa linea, tenendo anche presente che il flusso turistico, che in questi ultimi anni - spe­cialmente per merito del rilan­cio della cripta del Duomo - ha conosciuto un non piccolo incremento... diven­terebbe una opportunità civile ed economica di notevole dimensione».
E qual'è la sua identità?
“A sua volta l’identità di Anagni, se è principalmente e ineludibilmente nel suo cuore, che è appunto il centro storico, tuttavia non vi si esaurisce. Anche le borgate - Osteria della Fontana, Pantanello, S. Bartolomeo, S. Filippo, Tufano e i Monti - stanno assumendo o dovrebbero assumere un ruolo sempre più importante.
In verità, queste realtà periferiche si sentono trascurate e in parte lo sono. Ma - a mio parere - ciò non dipende, almeno principalmente, da negligenza, quanto piuttosto da mancanza di un progetto organico. Forse non si è ancora presa sufficiente coscienza che Anagni è diventata ormai una città complessa e composita. In essa possiamo distinguere un centro di grande valore artistico con il suo immediato territorio, una zona industriale di notevolissimo interesse e una serie di aree che, oltre ad essere adibite all’agricoltura, come lo sono attualmente, potrebbero divenire splendidi parchi naturali, con attrezzature ricettive, ricreative, culturali e sportive, che potrebbero conferire all’antica e nobile Anagni un volto giovanile e moderno”.
Eccellenza, grazie ed ancora tanti Auguri!!!
Sante De Angelis

 


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